domingo, 21 de septiembre de 2014

Perché la messa è la rinnovazione del suo sacrificio sul Golgota e perché è lo stesso sacrificio celeste, è per noi il tempo della nostra adorazione al nostro Dio innalzato nell’Eucaristia



“...come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’Uomo...” (cfr. Gv 3, 14). Gesù parla della Sua Passione e morte in croce, nella quale consegnerà la sua vita come sacrificio fatto nell’onore di Dio.
         Gesù realizza il sacrificio della sua vita sull’altare della croce, come il supremo atto di culto e d’adorazione dato a Dio. Il suo sacrificio è la realtà ideale di tutto ciò che può essere offerto a Dio, e nessun sacrificio è più perfetto di questo, né è degno di essere offerto a Dio. Nessun sacrificio è gradevole a Dio all’infuori del sacrificio di Cristo sulla croce e, al contrario, tutto sacrificio - il nostro essere e la nostra vita, tutta, passata, presente e futura, col suo dolore, la sua gioia, le sue tribolazioni -, offerti sull’altare, diventano lode e onore e gloria di Dio se offerti in Cristo e con Cristo. Con questo sacrificio Cristo realizza la glorificazione di Dio più perfetta e reale; solo il suo sacrificio in croce è l’unico in grado di rendere onore e adorazione eterna e infinita, secondo lo merita l’Essere Perfettissimo di Dio. Mediante il suo sacrificio cruento sull’altare della croce, offre a Dio la sublime dimostrazione del suo eterno e infinito amore da Figlio e allo stesso tempo, acquista per gli uomini la salvezza eterna e la filiazione divina.
         Il sacrificio di Cristo sulla croce, che fu prefigurato nell’alzare del serpente da Mosè nel deserto, è il vero, unico e definitivo sacrificio della Nuova Alleanza; è il sacrificio della Nuova ed Eterna Alleanza, sigillato non più col sangue degli animali, come accadeva con l’Antica Alleanza, ma sigillato col Suo Sangue, il Sangue dell’Agnello Immacolato, sacrificato sulla croce. Mediante il Suo sacrificio, l’Uomo-Dio sancisce definitivamente, con un patto eterno e divino, l’Alleanza indissolubile d’amore tra Dio Trino e l’umanità, realizzando in esso un’ammirabile scambio di doni: da Dio Trino ci porta il Suo Amore sostanziale, lo Spirito Santo, e da noi porta a Dio la sua umanità glorificata, pressa dal seno della razza umana, porta la nostra carne e il nostro sangue che, glorificati in Lui e da Lui, rende onore e adorazione perfetta a Dio Trino.
          Il Suo sacrificio è eterno, e questo vuole dire non solo che non finisce mai, ma che continua ancora nel cielo, e continuerà eternamente, perché il Cristo innalzato sulla croce è Dio Eterno e perciò le sue azioni compiute da Uomo hanno una valenza eterna. Perciò il suo sacrificio, prefigurato da Mosè, realizzato e compiuto nel tempo, continua adesso nel cielo eternamente, come olocausto celeste, ma nel cielo il suo sacrificio sulla croce si fa presente come ricordo nel suo corpo spiritualizzato e glorificato: nell’olocausto celeste avviene la stessa immolazione della croce, ma adesso glorificata e spiritualizzata dallo Spirito di Dio. Vale a dire, due mille anni fa, gli uomini furono spettatori del suo sacrificio sulla croce, e adesso, nel cielo, gli angeli e gli spiriti beati godono e adorano il Cristo che si presenta davanti al Padre coi segni gloriosi della sua Passione, le piaghe del Suo Corpo, dalle quali non escono più Sangue, ma luce divina.
         Nonostante questo, noi non siamo stranei né lontani né a uno né all’altro evento - che in realtà è uno solo, nel mistero -, perché il sacrificio dell’altare collega entrambi due eventi, che è in realtà uno solo. Nell’Eucaristia il Cristo è innalzato sulla croce, il suo sacrificio si continua nell’Eucaristia, perché la separazione del suo Corpo e del suo Sangue sono rappresentate visibilmente per noi sull’altare mediante la consacrazione separata del pane e del vino; perciò nel sacrificio eucaristico si fa presente con la sua forza e con la sua realtà lo stesso sacrificio della croce e lo stesso sacrificio del cielo, ed è a questo sacrificio che noi dobbiamo unirci.
         Noi non vediamo né Mosè che innalza il serpente, né vediamo il Cristo innalzato sulla croce; ma, ancora meglio, assistiamo e siamo partecipi alla sacra liturgia del sacrificio eucaristico, nel quale si fa presente, nel mistero, nella sua realtà sostanziale, lo stesso sacrificio della croce, lo stesso sacrificio che è adesso presente nel cielo, come olocausto gradevole, davanti agli occhi di Dio.

         Nella messa il Figlio dell’Uomo viene innalzato sulla croce, nel oggi e adesso del tempo della Chiesa, come fu innalzato due mille anni fa, come si presenta adesso davanti al trono di Dio, col suo Corpo glorificato, con le sue piaghe coperte non da Sangue ma di Luce divina. Per questo, perché la messa è la rinnovazione del suo sacrificio sul Golgota e perché è lo stesso sacrificio celeste, è per noi il tempo della nostra adorazione al nostro Dio innalzato nell’Eucaristia.

lunes, 19 de mayo de 2014

RINNOVANDO IL SUO SACRIFICIO SULLA CROCE, CRISTO SPOSO, CONSEGNA ALLA SUA SPOSA IL DONO DEL SUO CUORE, CHE VIENE VERSATO SUL CUORE DEGLI SPOSI


Se lo si vede al matrimonio cattolico dall’infuori, superficialmente, sembrerebbe di essere uguale a tutti gli altri, con la sola differenza di essere celebrato nella chiesa e contare con la benedizione del prete.
Il matrimonio cristiano, cattolico, ha invece una dignità molto più grande, non solo dei matrimoni naturali, precristiani, e dei matrimoni dell’Antica Alleanza, ma ha una dignità molto più grande addirittura dello stesso matrimonio paradisiaco, quello tra Adamo ed Eva. E possiede e racchiude in se un mistero che non lo possiedono gli altri matrimoni, e questo non deriva dal fatto di essere celebrato in Chiesa e contare con la benedizione del prete. La sua dignità, il suo mistero, è di origine divino.
La ragione della sua dignità e la ragione di questo mistero che racchiude in se si trova nella sua relazione reale, essenziale, intima, che il matrimonio cristiano possiede con l’unità di Cristo con la sua Chiesa. Il matrimonio cristiano si radica in questa unione tra Cristo e la Chiesa, s’intreccia non in maniera simbolica, ma organicamente; partecipa dell’essere e del carattere misterioso dell’unione di Cristo con la Chiesa[1].
Il matrimonio cattolico racchiude in se, contiene in se, realmente, un mistero, perché partecipa veramente e realmente, non come semplice simbolo, alla misteriosa unione mistica tra Cristo Sposo e la Chiesa Sposa. Perciò non è un semplice simbolo di questo mistero, né è un modello che si trova lì fuori di questa unione, staccata; è una copia dell’unione di Cristo con la Chiesa, copia che procede da questa unione, che si fonda in questa, che è penetrata da questa, perché non soltanto simbolizza questo mistero, ma lo rappresenta in se realmente, e questo mistero di Cristo Sposo e la Chiesa Sposa attua realmente attraverso gli sposi uniti sacramentalmente.
L’essere e l’agire del matrimonio cattolica affonda le sue radici e si nutre come dalla sua fonte vitale, da questa unione mistica tra Cristo e la Chiesa. È da questa fonte divina da dove il matrimonio cattolico ottiene tutta la sua forza, tutto il suo splendore, tutto l’amore e tutta la fecondità della grazia necessaria per la vivere la vita in Dio: dal mistero di Cristo Sposo, unito alla sua Sposa, la Chiesa.
E il matrimonio cattolico, mistero dell’amore tra lo sposo e la sposa, rivive e si fa sempre più luminoso quando attinge la fonte del suo essere amore, la messa, perché lì, più che mai, Cristo Sposo, rinnovando il suo sacrificio sulla croce, consegna alla sua Sposa il dono del Suo Cuore, lo Spirito d’Amore, che viene versato sul cuore degli sposi.



[1] Cfr. Matthias Joseph Scheeben, Los misterios del cristianismo, Ediciones Herder, Barcelona 1964, 636.

miércoles, 2 de abril de 2014

Grande è la tua fede


“Grande è la tua fede” (cfr. Mt 15, 28). Il nostro Signore Gesù Cristo loda la fede della donna cananea. Non si tratta della fede naturale, quella che noi utilizziamo tutti i giorni, mediante la quale la ragione accetta una verità che non conosce con certezza, così come quando qualcuno che non conosciamo, ci dice il suo nome.
            Gesù parla della fede sopranaturale, vale a dire, quell’assenso che l’uomo, mosso dalla grazia divina, fa alla Rivelazione.
            Questa fede soprannaturale è la radice della nostra contemplazione dei misteri: del mistero della Trinità, della generazione e incarnazione del Verbo, del mistero del male. Senza fede, non possiamo contemplare questi misteri. È la fede quella che ci permette fare atti di fede, credere nei misteri divini.
            Gesù loda la fede della donna cananea. Ma, cosa è la fede? L’atto di fede non è un atto che scaturisce dalle forze umane: è una illuminazione e una mossa dello Spirito Santo.
            Fare un atto di fede implica l’essere illuminato dalla luce che esce dal grembo di Dio per accettare la Verità divina.
            Come si verifica l’atto di fede? Prendiamo una proposizione di fede: “Gesù Cristo è l’Uomo-Dio”. Davanti a questa proposizione, né la ragione né la volontà possono reagire, rimangono fermi, senza muoversi. Le forze naturali della ragione e della volontà sono assolutamente insufficienti per potere accettare questa proposizione. Di conseguenza, davanti a questa proposizione, “Gesù è l’Uomo-Dio”, l’uomo senza fede rimane fermo, perché le sue potenze naturali sono ferme.
            La ragione e la fede hanno bisogno, dunque, per accettare questa proposizione, della vita e della luce divina. Soltanto illuminate e mosse dalla luce divina, le potenze si muovono: la volontà muove alla ragione a dare l’assenso.
            L’uomo con fede, l’uomo illuminato dallo Spirito Santo, davanti alla proposizione: “Gesù è l’Uomo-Dio”, fa l’atto di fede, dice: “Sì, credo”, ed agisce in conseguenza, perché la fede, illuminando la ragione e movendo la volontà, fa sì che l’anima aderisca a Dio. Fa desiderare a Dio e porta alla consegna di tutto il suo essere nelle mani di Dio.
            La fede, dunque, illuminazione e mossa dello Spirito sopra le potenze dell’anima, fa che l’uomo esprima con le opere ciò che ha creduto: la fede forma la coscienza del cattolico e guida tutta la sua attività verso Dio.
            Che cosa ci fa conoscere la fede? Qual è l’oggetto della fede? L’oggetto della fede è la Persona di Cristo e la sua azione salvifica su di noi, vale a dire, la nostra giustificazione. La fede in Cristo ci fa conoscere cosa è l’essere giustificati da Cristo: la giustificazione non è soltanto un cambiamento morale dello spirito come conseguenza della remissione dei peccati. La giustificazione non è un cambiamento psicologico, né si verifica a livello mentale. Questo è soltanto un effetto. La giustificazione in Cristo, quella che la fede ci fa conoscere, non è soltanto questo: è principalmente un mistero soprannaturale che provoca un vero e profondo cambiamento dell’essere spirituale dell’uomo, vale a dire, è un cambiamento a livello metafisico.
            La giustificazione è un mistero inaccessibile alla ragione umana, che può essere soltanto conosciuto alla luce della fede. La giustificazione consiste in un’ammirabile rinnovamento e trasformazione del nostro essere spirituale, della nostra anima, prodotti entrambi dalla luce di Dio.
            Ciò che la fede ci fa conoscere è la misteriosa rigenerazione della nostra anima, come una nuova nascita, prodotta dalla luce che scaturisce dall’intimità del grembo del Padre, prodotta da Cristo, Dio da Dio, Luce da Luce. Cristo, Luce divina che splende eternamente nel seno del Padre, ci rigenera il nostro essere nel battesimo, non soltanto togliendoci il peccato, ma anche donandoci la sua vita divina, il suo stesso Spirito Santo, in maniera tale che allo stesso momento, siamo giustificati –perdonati- e santificati, vale a dire, abbiamo in noi la vita divina.
            La fede ci fa conoscere questo mistero della rigenerazione del nostro essere spirituale che inizia a partecipare della vita divina, per la potenza divina di Cristo.
            La fede però non ci fa soltanto conoscere la giustificazione di Cristo: siccome la fede è un germoglio di vita divina sigillato nell’anima, un focolare della luce di Dio che brilla nel più profondo del nostro essere, la fede è la radice, il motore di tutta l’attività dell’uomo battezzato, che spinge l’uomo verso Dio, fonte di giustizia, e atrarre la grazia giustificante di Dio verso l’uomo.
            Vale a dire, da un lato, noi siamo stati già salvati dalla giustificazione di Cristo; abbiamo ricevuto nel battesimo il suo perdono e la sua vita; per pura e gratuita misericordia sua; d’altro lato, dobbiamo incessantemente metterci in contatto con la fonte di grazia, atrarre continuamente la giustificazione di Dio, tendere senza stancarci verso Dio, e questo movimento verso Dio la fa la fede, perciò la fede è il motore della vita del cattolico, del figlio di Dio.
            La fede, dunque, luce divina sigillata nell’anima dallo Spirito Santo, ci fa conoscere i misteri di Cristo e ci fa agire verso Cristo. La fede è, insieme ai sacramenti, la nostra maniera di unirci al Verbo di Dio, Gesù.
            Quale applicazione pratica? Questa fede, questa luce divina che brilla nel più profondo dell’essere del battezzato, deve inanzittutto illuminarci circa il mistero più affascinante, più meraviglioso di tutti, che è quello della transustanziazione, la conversione della sostanza del pane e del vino nel corpo e sangue di Gesù.

            La fede deve illuminarci per farci vedere la Messa come ciò che è nella realtà: l’attuazione mistica, reale, nel nostro oggi, qui e adesso, del sacrificio del Calvario. La fede deve farci vedere Cristo crocifisso sull’altare, che ci fa il dono del suo corpo e il suo sangue nell’Eucaristia; deve farci ascoltare il Verbo Eterno del Padre che pronunzia le parole della consacrazione; deve muoverci a riconoscere Gesù come il Figlio di Dio, come l’Uomo-Dio, e deve farci adorarlo in spirito e verità. 

martes, 4 de marzo de 2014

La nostra attidudine, sia esterna che interna, nella Messa, dev'esser quella stessa avuta davanti al Calvario



La religione cattolica consiste nell’unione della Chiesa con Cristo, in modo che tutti gli uomini siano partecipi dell’opera salvifica del Redentore.
         Ma l’unione tra gli uomini e Cristo, non è una unione puramente morale, vale a dire, metaforica, simbolica, immaginaria o psicologica. È una unione reale, che stabilisce un contatto “fisico” tra la Persona divina del Redentore, la sua opera salvifica, la sua Passione, e l’attività dei redenti.
         Il contatto con Cristo e la sua Passione sembrerebbe essere impedito dal tempo e dallo spazio: infatti, la Passione è accaduta due mille anni fa.
         Ma non è così: Cristo è Dio eterno, e le sue azioni realizzate nel tempo, attraverso la sua natura umana, siccome sono le azioni dell’Uomo-Dio –vale a dire, sono azioni fatte dalla Persona del Verbo che è Dio e per questo è in sé stesso l’eternità-, superano ogni limite di tempo e di spazio, anzi, raggiungono ogni tempo ed ogni spazio ed ogni uomo.
         Perciò Cristo è il Salvatore di tutta l’umanità, e tutti gli uomini sono raggiunti da Lui, sin dal primo uomo, Adamo, fino all’ultimo. La sua Passione, compiuta due mille anni fa, raggiunge tutti i tempi, sin dall’inizio dei tempi, fino alla fine del tempo, attraverso la Chiesa e i suoi sacramenti.
         Il contatto con la Passione del Redentore, lo si fa, per mezzo della liturgia, che è stata stabilita da Dio in modo da implicare in ogni atto suo (nel sacrificio della croce come nei sacramenti, sacramentali e nella recita quotidiana delle ore canoniche), non solo la Presenza di Cristo ma anche di ogni sua azione salvifica sia interna (atti di amore, di obbedienza), sia esterna (incarnazione, passione, resurrezione, ascensione, parusia).
         Perciò ogni volta che il battezzato compie un atto liturgico realizza immediatamente un contatto fisico con Cristo e con tutta l’opera della salvezza.
         In maniera specialissima è la Messa l’azione liturgica dove incontriamo il Cristo, dove ci mettiamo in contatto fisico con Lui, perché la Messa rende presente (ripresenta) la stessa immolazione del Calvario. La Messa è lo stesso (numericamente identico) sacrificio della croce, è lo stesso misterioso dramma del Calvario, che viene ripresentato mirabilmente, sebbene velatamente, in maniera sacramentale, in uno determinato frammento del tempo e dello spazio.
         Perciò la nostra attitudine, sia esterna che interna, nella Messa, dev’essere quella stessa avuta davanti al Calvario[1].



[1] Cfr. Thomas Merton, Il Pane Vivo, Edizioni Garzanti, Firenze 1954, 26.

sábado, 21 de diciembre de 2013

Epifania, manifestazione del Dio eterno Gesù



“Epifania” viene dal greco e significa “manifestare”, vale a dire, fare palese, scoprire, rivelare. Si scopre ciò che era coperto da un drappo, si rivela ciò che era occulto sotto di un panno.
         Chi è quello che scopre, quello che rivela? Chè cosa scopre e rivela?
         È Dio Colui che si auto-rivela in Gesù. Dio Uno e Trino, si scopre se stesso, nella storia, davanti agli uomini. Dio Uno e Trino si manifesta in Cristo. Gesù, il Verbo di Dio, si rivela nascosto sotto le veste di un Dio Bambino.
La maestà divina di Dio Trino ci si manifesta nell’umanità santa del Bambino Gesù. Nel Bambino Gesù Dio ci mostra la pienezza del suo disegno di amore verso di noi: il Bambino Gesù è il Figlio Eterno che nello Spirito Santo ci rivela il Padre. Per il Figlio vediamo il Padre nello Spirito. Dio Invisibile si manifesta agli uomini mediante la natura umana visibile di Gesù.
         Ciò che era nascosto dall’inizio dei tempi, si scopre in Gesù, si manifesta in Lui: Dio Uno e Trino scende per stabilire una Alleanza con gli uomini, affinché questi siano salvi e portati al seno della Trinità.
         Il Bambino Gesù è la manifestazione dell’Essere divino, vale a dire, della Luce, la Pace, la Verità di Dio, che viene ad illuminare le tenebre, a togliere l’inimicizia e la menzogna del cuore degli uomini. Il Bambino Gesù è la manifestazione della nostra via di salvezza: Lui stesso, perché non c’è un’altra via.
         La debolezza dell’umanità di Gesù è l’istrumento per la manifestazione dell’onnipotenza divina: Dio ci salverà attraverso la passione e porte dell’umanità di questo Bambino.
         Perché Dio fa la sua epifania, la sua manifestazione, da Bambino? Perché vuole venire a noi come un Bambino? Essendo Lui Onnipotente, noi le sue creature, ¿non potrebbe manifestare la sua gloria divina in un'altra maniera? Potrebbe farlo, ma Dio ci si rivela in un Bambino, affinché gli uomini non abbiano paura per avvicinarsi a Lui: un bambino non causa paura, è la rappresentazione della tenerezza, della bontà, dell’innocenza.        
L’Essere Eterno, Infinito, Onnipotente, diventa finito, nasce nel tempo, si fa debole, un Bambino, senza lasciare di essere Dio, affinché noi prendiamo la decisione di rivolgerci verso di Lui, senza paura.
         In Gesù, il Dio tre volte santo ci dice: “Eccomi, Sono Io, il tuo Creatore, il tuo Salvatore. Il Dio tuo che ti vuole bene, sono venuto da te come Bambino, affinché tu non possa scappare dal mio amore. Vieni a me, Io non solo ti perdono tutte le tue offese verso di me, voglio darti tutto il mio Regno affinché tu possa gioire con me per sempre. Vieni, non sei più servo, ma il mio amico”.
         Gesù è la Porta Aperta che ci conduce al Padre.
         Il Dio Gesù si manifesta attraverso l’umanità assunta, e realizza attraverso il suo corpo umano, i miracoli che confermano ciò che era stato detto dalla sua Parola: Lui è Dio, il Figlio del Padre, l’Emmanuele, Dio venuto in mezzo a noi. Gesù agisce mediante la sua umanità, la quale gli serve da ponte e da strumento al Verbo divino; il Verbo eterno manifesta il suo potere attraverso il corpo umano del Bambino Gesù. Nei tempi di Gesù, coloro che vedevano a Gesù, vedevano, toccavano, parlavano col Verbo eterno del Padre. Attraverso l’umanità santa di Gesù, parlavano col Verbo eterno.
         Quando i Magi si avvicinarono a Gesù, ispirati, illuminati e mossi dallo Spirito Santo, riconobbero il Verbo nel Bambino; videro il Figlio eterno in Gesù e adorarono il Bambino come Dio, perché è Dio. Guidati dallo Spirito Santo, riconobbero Gesù Dio attraverso la debole umanità del corpo del Bambino Gesù, e lo adorarono.
         Come possiamo fare noi per adorare Gesù, se Lui è risuscitato, è salito in cielo, e siede alla destra del Padre?
         Non abbiamo il Bambino Gesù per adorarlo, come fecero i Magi? Se Gesù è Onnipotente, deve manifestarsi in qualche modo. Come si manifesta oggi Gesù? Come è oggi la sua Epifania?
         Gesù salì in cielo, ma è rimasto anche tra noi nell’Ostia. Lui ci dona, in ogni messa, l’Eucaristia, che è Lui stesso.
         I Magi guardarono al Bambino Gesù nel presepe con gli occhi del corpo e riconobbero la divinità di Gesù occulta nella sua fragile umanità, e lo adoriamo nella sua umanità.
         Noi contempliamo a Gesù con gli occhi della fede, e riconosciamo la sua divinità occulta nella fragilità dell’Eucaristia, e lo adoriamo nelle specie eucaristiche.
         Oggi, come ieri e come sempre, Gesù continua a manifestarsi; ieri, nella fragile veste del corpo di un Bambino; oggi, sotto la fragile veste dell’apparenza del pane e del vino.
         Oggi, come ieri e come sempre, Gesù si manifesta come Dio Salvatore dell’umanità.
         Ogni messa è una misteriosa Epifania del Dio eterno Gesù.
         L’Eucaristia è Gesù in Persona, è l’Epifania di Gesù per noi.

         In ogni Eucaristia, come a Betlemme due mille anni fa, Gesù ci si manifesta come il Verbo Incarnato, Salvatore delle nostre anime.

miércoles, 23 de octubre de 2013

La Vigna è la Chiesa Cattolica


Il Padre e Vignatore è Cristo, l’Uomo-Dio; i figli sono i figli adottivi di Dio, i battezzati; la Vigna è la Chiesa Cattolica (cfr. Mt 21, 28-32). Gesù ci dice: “Io sono il Signore, vostro Dio, e vi invio a lavorare nella mia Vigna, la Chiesa, per la salvezza delle anime”.
         Cristo invia i suoi figli a lavorare nella sua Vigna, la Chiesa, ma non li invia da soli. Quando Lui invia, invia col suo Spirito Santo, presente personalmente nell’anima del battezzato; perciò il rifiuto alla sua richiesta è rifiuto al Suo Spirito d’Amore. Cristo invia, ma i suoi figli sono liberi a decidere per o contro Cristo: per Cristo, seguendo il suo invito, lavorare nella sua Chiesa; contro Cristo, seguendo lo spirito umano, lavorando per se stessi, non per il Regno di Dio né per la salvezza delle anime.
         Alla stessa chiamata di Gesù ci sono dunque due modi diversi di rispondere: uno, guidato dallo spirito umano, che porta in sé il germoglio della superbia e dell’egoismo; l’altro invece, guidato dallo Spirito di Cristo, lo Spirito Santo, che porta in sé l’umiltà, la generosità, l’amore di Cristo.
         Seguendo se stesso, l’uomo rifiuta l’invito di lavorare nella Vigna di Cristo e, lontano da Cristo, dominato dal suo egoismo, lavora soltanto per aumentare la sua ricchezza. Fa del lavoro non un mezzo di santificazione, ma un mezzo per accumulare ricchezze col sudore altrui. Dio non protegge questi lavoratori, che in questa maniera non fanno la volontà del Padre; anzi, guarda loro col rigore divino.
         Seguendo invece Cristo, accogliendo col cuore il suo invito a lavorare nella sua Vigna, l’uomo, il figlio di Dio, invaso e penetrato dallo Spirito di Cristo, lavora insieme a questo Spirito, che è lo Spirito d’amore verso Dio e il prossimo, Spirito che rende il lavoro santo e fruttifero. Come dice una santa: “Questo amore di Dio e di prossimo è come l’erpice che pulisce il suolo dalle erbe nocive dell’egoismo e dalle male passioni; è come la zappa che scava un anello intorno al tralcio perché sia isolato dal contagio d’erbe parassite e nutrito di fresche acque d’irrigazione; è sole che matura i frutti del buon volere e ne fa frutti di vita eterna”.

         Al lavorare nella Vigna di Cristo col suo Spirito Santo, i vignatori udranno con giubilo senza misura queste parole dal Padre Eterno: “Venite, miei fecondi tralci innestati con la Vera Vite. Voi vi siete prestati ad ogni operazione, anche se penosa, pur di dare gran frutto, e ora a Me venite densi dei succhi dolci dell’amore Verso Me ed il prossimo. Fiorite nei miei giardini per tutta l’eternità”.

lunes, 23 de septiembre de 2013

I santi imparano da Cristo crocifisso


Quando leggiamo nella vita dei santi e dei martiri, ci sono tante cose che ammiriamo: ad esempio, che sono persone molto diverse, perché appartengono a etnie, razze, nazioni, lontani l’uno dell’altro; provengono sia dai paesi lontanissimi, sconosciuti da noi, sia dal nostro proprio paese, vale a dire, che hanno condiviso la nostra istoria e la nostra cultura.
          Sono persone diverse, ma hanno qualche cosa in comune: hanno la stessa fede: credono in un solo Dio Trino, credono in Gesù, Seconda Persona della Trinità, che si è incarnata per la salvezza dell’umanità; credono nella Vergine Maria, nella Chiesa Cattolica.
          Ciò che ci ammira è anche il suo insegnamento: tutti ci insegnano che Gesù è il Salvatore, che è Presente col suo corpo e sangue nell’Eucaristia, che i sacramenti –soprattutto, Eucaristia e Confessione-, sono i nostri mezzi per santificarci. Tutti sono veramente felici. Tutti ci insegnano queste verità che non provengono dalla mente umana.
          Da dove imparano i santi queste verità che li fanno felici?
          Non da soli. Dice il Santo Padre Giovanni Paolo II che i santi e i martiri imparano nella croce di Gesù.
          È Gesù crocifisso il Sommo Maestro che illumina le intelligenze umane, circa le verità eterne, circa la Vita eterna accanto a Lui.
          È Lui, l’Agnello di Dio, immolato sull’altare della croce, ad insegnarci ciò che dobbiamo fare se vogliamo vivere per tutta l’eternità accanto a Lui.
          I suoi discepoli vogliono imparare da Gesù: “Maestro, dove abiti? Glielo domandano, e anche noi glielo domandiamo, perché anche noi abbiamo voglia di imparare da Gesù la saggezza della croce. E alla nostra domanda, Gesù ci dice: “Abito nella croce, abito nel sacrificio dell’altare, abito nel cielo, che è l’Eucaristia, e voglio abitare nelle vostre anime”.

          Chiediamo la grazia di imparare la saggezza della croce, affinché Gesù abiti in noi.