jueves, 5 de abril de 2012

LA MESSA È L’ULTIMA CENA, IL CALVARIO, IL MEMORIALE SANTO DEL SUO AMORE INFINITO PER NOI



(Giovedì Santo – Ciclo B – Gv 13, 1- 15)

“…Gesù… dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv 13, 1). Dio non fa le cose per necessità o per obbligo, ma per amore: l’amore e la misericordia sono il fondamento dei disegni di Dio , l’amore e la misericordia sono il fondamento della Pasqua di Gesù.

L’amore di Dio, lo Spirito Santo, è l’amore reciproco tra il Padre ed il Figlio, è Colui che unisce e sigilla l’amore perfettissimo e divino tra il Padre ed il Figlio, è la prenda reale mediante la quale tutti e due si consegnano l’essere divino .

Questo amore di Dio Trino è la forza che opera nell’Incarnazione e nella Passione dell’Uomo-Dio, mediante la quale non soltanto vuole Dio liberarci dal peccato, ma elevarci alla gloria di figli suoi, di figli di Dio, ad una gloria e ad una sublimità talmente ammirabili, che non possono essere espresse né compresse mediante semplici concetti .

Per farci figli suoi, per farci partecipi della gioia del suo essere divino, per versare nei nostri cuori il suo amore infinito e così portarci al suo Cuore Divino, Gesù Cristo consegna se stesso sull’altare della croce, consegna il suo Corpo e versa il suo Sangue nella croce. Ma questo non basta al suo Amore infinito. Lui vuole rinnovare questo gesto d’amore per ogni giorno della nostra vita; Lui vuole che noi, lontani due mille anni dal suo sacrificio nella croce, siamo presenti e partecipiamo a questo medesimo sacrificio, tutti i giorni della nostra vita, e per questo istituisce il memoriale della sua Passione, l’Eucaristia; istituisce il sacerdozio ministeriale, mediante il quale Lui stesso si consegnerà nell’Eucaristia, e lascia il comandamento dell’amore soprannaturale, spirituale e divino-umano, come fondamento del nostro rapporto verso Dio ed il prossimo. E come un anticipo di questo supremo sacrificio, sulla croce dell’altare, nell’Ultima Cena, consegna il suo Corpo nell’Ostia e versa il suo Sangue sul calice. Nell’Ultima Cena, prima di compiere la sua Pasqua, il suo Passo di questo mondo all’altro, l’Uomo-Dio, Sacerdote Eterno della Nuova Alleanza, consegna alla Chiesa, Sua Sposa, le istituzioni supreme del suo Amore infinito: il sacerdozio ministeriale e l’Eucaristia, ed il loro fondamento, il comandamento dell’amore verso Dio ed il prossimo. Tutti questi doni si attualizzano e si fanno uno nella Messa, perciò nella Messa Cristo lascia alla sua Chiesa il dono supremo del suo Amore, il Memoriale della Ultima Cena e della sua Passione, Memoriale santo mediante il quale comunicherà agli uomini questo amore del suo Cuore ed il suo Cuore stesso.

La Messa è l’Ultima Cena, ed è anche il sacrificio di Cristo nella croce; è lo stesso sacrificio, realizzato due mille anni fa, rinnovato misticamente sotto le specie eucaristiche. Nella Messa, sacrificio dell’altare, si verifica la stessa immolazione di Cristo sulla croce, vale a dire, la separazione sacrificale del Sangue dal Corpo. La separazione del suo Corpo reale dal suo Sangue reale, verificata nella croce, è significata, nella Messa, dalla doppia consacrazione, separata, del pane e del vino.

Fu lo stesso Signore Gesù Cristo ad istituire una doppia consacrazione, del pane e del vino, allo scopo di farci vedere che, sull’altare, si verifica il suo sacrificio, come nella croce. Il pane ed il vino si consacrano separatamente perché nella croce il Corpo ed il Sangue si separano.

È la Parola Onnipotente del Verbo del Padre, che opera con la sua virtù divina nella consacrazione, a trasformare il pane nel Corpo di Cristo ed il vino nel suo Sangue. Per le parole della consacrazione –Questo è il mio Corpo... Questo è il mio calice- si fanno presenti, separatamente, sull’altare, per la potenza infinita del Verbo, il Corpo ed il Sangue di Cristo: sotto le specie, sotto le apparenze del pane, si fa presente soltanto il Corpo; sotto le specie, sotto le apparenze del vino, si fa presente soltanto il Sangue. Nella Messa, come nell’Ultima Cena, è la Parola Onnipotente ed Eterna del Salvatore, pronunciata attraverso la debole voce umana e terrena del sacerdote ministeriale, a trasformare il pane nella Carne di Gesù ed il vino nel suo Sangue. Per questa azione onnipotente e divina del Verbo, sull’altare si trovano il medesimo Corpo ed il medesimo Sangue donati in sacrificio per la nostra salvezza; sull’altare, per la Parola del Padre eternamente pronunciata, si trova lo stesso Corpo offerto per noi, lo stesso Sangue versato per noi, misticamente separati, sostanzialmente presenti, meravigliosamente reali.

Nell’altare Gesù Cristo realizza la stessa azione sacrificale che realizza sulla croce, perchè il sacrificio dell’altare è il medesimo sacrificio della croce, realizzato nel tempo, rinnovato lungo la storia in maniera incruenta, sacramentalmente.

Perciò, per essere l’Eucaristia la rinnovazione sacramentale INCRUENTA della morte di Cristo sulla croce, vale a dire, per il fatto di essere la Messa lo stesso sacrificio e morte in croce, nell’Eucaristia vige una misteriosa separazione, del Corpo e del Sangue. Assistiamo in ogni Messa ad una immolazione mistica, attuale, presente, di Cristo sulla croce. Questo vuole dire che tra pochi minuti, oggi, come in ogni messa, sull’altare, si farà presente nello Spirito il Salvatore, in Persona, come nell’Ultima Cena, come nella croce.

Per la separazione sacramentale del Corpo dal Sangue di Gesù, operata misticamente nella Messa, la Messa è un vero sacrificio, che attualizza, sulla altare, l’immolazione del Calvario.

In ogni Sacrificio Eucaristico, in ogni Messa, sotto i nostri occhi, partecipiamo allo stesso sacrificio del Calvario, perché partecipiamo, per il potere dello Spirito Santo, alla stessa Ultima Cena storica.

Se la Messa è l’Ultima Cena, il Calvario, il Memoriale santo del suo Amore infinito per noi, la nostra partecipazione non può, non deve essere fredda, indifferente, verso Lui che s’immola sull’altare per amore per noi. Il nostro deve essere l’atteggiamento di un silenzioso raccoglimento interiore, di una amorosa e soprannaturale adorazione, fatta nello Spirito Santo, mediante la quale manifestiamo la nostra gioia, la nostra ammirazione ed il nostro ringraziamento per questi doni del suo Sacro Cuore, attraverso i quali vuole gettarci nell’abisso infinito del suo Cuore: il sacerdozio ministeriale, l’Eucaristia, il comandamento della carità.

Ma questo lo dobbiamo chiedere come dono allo Spirito di Cristo, lo Spirito Santo, perché solo lo Spirito Santo ha il potere per accendere nei nostri cuori il fuoco santo dell’amore di Dio.

sábado, 31 de diciembre de 2011

La Sacra Famiglia


Oggi c’è al centro del nostro sguardo la Sacra Famiglia: Gesù, Maria e Giuseppe.

Gesù ha voluto nascere in una famiglia umana. Gesù, essendo Dio, il Verbo eterno, generato dalla stessa sostanza del Padre, ha voluto venire al mondo nei bracci di una mamma, sotto lo sguardo di un papà.

Lui è stato il creatore della Famiglia umana, e perciò questa famiglia, marito e moglie, costituiti in un matrimonio monogamico, con i figli, è una cosa buona, perché creata da Dio, dalla Saggezza Divina.

Ma è stato Lui stesso a volere elevare questa bontà naturale della famiglia ad una bontà sopranaturale, nascendo nel grembo della famiglia.

Tutto il significato naturale della famiglia umana è stato elevato, trasformato e fecondato da Dio.

Per sapere quale è il significato della famiglia, vediamo, secondo il Papa, quale è l’essenza della famiglia: dice il Papa Giovanni Paolo II, che l’essenza della famiglia è l’amore, perché la famiglia rispecchia la Trinità: nella famiglia, come nella Trinità, c’è Paternità, c’è Figliolanza, e c’è amore. L’amore come corona e frutto che sigilla il dono totale che fanno Padre e Figlio, nella Trinità, gli sposi, nella famiglia umana.

L’essenza della famiglia è l’amore, secondo il Papa, e quest’amore tra gli sposi viene concretato nel figlio, nei figli. Il figlio rappresenta la concretezza dell’amore degli sposi, è l’amore degli sposi fatto figlio.

L’essenza della famiglia è l’amore, ma abbiamo detto che Gesù è nato nel grembo per elevare la realtà delle famiglie al livello sopranaturale, divino. Perciò, l’amore naturale delle famiglie è trasformato, nella famiglia cattolica, dallo Spirito Santo, così questo amore umano, vissuto all’interno della famiglia, si fa divino.

Gesù trasforma la famiglia umana, e così questa famiglia che, come frutto dell’amore naturale, genera dei figli, nell’amore, per la società, così nelle famiglie trasformate da Gesù, generano, nell’amore sopranaturale, dei figli per Dio, dei figli che saranno parte della società santa del Nuovo Popolo di Dio.

La famiglia è il luogo dove gli uomini imparano a vivere in società, e a vivere la carità, ad avere rapporti sociali, disinteressate. È il luogo dove l’uomo si fa uomo, nel senso di imparare umanità.

Ma anche, trasformata da Gesù, è il luogo dove gli uomini imparano a pregare a Dio, a parlare con Dio, ad avere rapporti personali con Dio: la famiglia cattolica, che ha la sua essenza, l’amore, trasformato dallo Spirito di Gesù, lo Spirito Santo, è chiamata dai Padri “Chiesa domestica”.

La famiglia cattolica è una piccola chiesa dove, quando si prega uniti, Gesù si fa presente, allo stesso modo come si fa Presente quando tutte le famiglie, riunite nella gran famiglia di Dio che è la Chiesa, prega insieme.

Chiediamo la grazia di far crescere sempre la nostra famiglia nell’amore, nella consapevolezza di essere una “chiesa domestica” dove dimora Gesù.

domingo, 25 de diciembre de 2011

Nativitá del Bambino Gesù


Oggi commemoriamo la Nascita di Gesù. Contempliamo la scena, come fecero i pastori. Vediamo la scena del Natale, la scena del Presepe:

La Vergine, San Giuseppe, in mezzo, il Bambino appena nato. La sua nascita, come la sua concezione, è stata miracolosa. Come è stata la sua nascita?

A seconda dei santi, la nascita di Gesù fu come un raggio di sole che attraversa il cristallo.

Accostiamoci alla scena. Vediamo un Bambino, che a volte sorride -perché accanto suo c’è la sua Mamma, la Vergine-, ma che anche a volte piange, perché ha freddo, ha fame.

Cerchiamo di vedere ancora più vicino il Bambino. Ci accostiamo, e il Bambino ci si accorge che noi siamo davanti a Lui, e ci guarda con i suoi occhi che hanno un trasfondo di eternità.

Non è uno sguardo qualsiasi: sono gli occhi di Dio, questi occhi del Bambino Gesù. Dio ci guarda attraverso i suoi occhi. Dio ci sorride, Dio ci offre i suoi bracci aperti nei bracci aperti di questo Bambino. Questo Bambino è Dio fatto Bambino. Vedendo il Bambino, vediamo Dio: “Chi vede me, vede il Padre”, dice Gesù. In questo Bambino vediamo il Padre, e il Padre ci guarda con amore infinito attraverso Gesù Bambino.

“Lo Spirito Santo vi insegnerà su di me”, dice Gesù. Ed è lo Spirito Santo di Dio ad insegnarci che questo piccolo Bambino, teso tra i bracci di Maria, è Dio.

“Il Figlio dell’uomo sarà innalzato sulla croce, e tutti lo vedranno”, dice Gesù, annunziando la sua Passione. E il Dio Bambino apre i suoi bracci e li stende in forma di croce, come anticipando il suo sacrificio d’amore.

Guardiamo il Bambino, ma non solo guardiamolo: adoriamolo: Lui è il Verbo Eterno del Padre, è la Persona Seconda della Trinità, che ride e piange come un Bambino umano. Lui è Dio, è l’Uomo-Dio, il Dio-Bambino!

Guardiamo, contempliamo e adoriamo questo misterioso Bambino, che nasconde e rivela all stesso tempo la sua divinità. La nasconde, perché si mostra come un Bambino umano; la rivela, perché nella sua fragilità si manifesta l’onnipotenza divina. Così come nella croce Gesù è stato onnipotente, così Gesù nella debolezza del neonato si mostra ancora Dio e Signore di tutta la Creazione.

Di fronte a questo Bambino, la terra si illumina, gli uomini si rallegrano, gli angeli cantano ed esultano, gli inferi tremano di paura incontenibile.

Tutto questo, perché questo Bambino è Dio, è la promessa compiuta, è la profezia aspettata dai secoli: Dio tra noi, l’Emmanuelle, il Salvatore.

La terra, finora oscurata dal potere delle tenebre, dominata dal re degli inferi, vede una gran luce che scende dal cielo a Betleheme, e questa luce è Gesù Bambino.

Il Bambino è la Luce Eterna, che illumina ad ogni uomo; il Bambino è l’Agnello Immolato, che illumina la Gerusalemme celeste, e adesso c’è tra noi.

Questa è la novità del cattolicesimo, la Verità che possiede la Chiesa Cattolica che non c’e l’ha nessun’altra Chiesa: Dio è tra noi!

Gesù Bambino è l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. Egli sa dal primo istante della sua nascita che è Dio, e che è venuto al mondo per morire in croce per noi. Lui sa questo suo destino di morte, ma sorride, perché sa che, dopo di morire, Lui stesso si ridonerà la vita, risorgendo dalla morte. Il Bambino Dio sorride, perché anche se dovrà soffrire, dopo ritornerà dal suo Padre, risuscitando, e porterà con Lui ai suoi cari, gli eletti, che saranno stati salvati dal suo sacrificio in croce.

Ma il Bambino anche piange, ma non solo perché ha freddo e fame; piange, perché sa che per tanti, il suo sacrificio sarà inutile. Tanti non vorranno sapere niente di Lui: preferiranno la sua vita senza Dio, ad accoglierlo e accettarlo come Salvatore. Vivranno nella sua dimenticanza, come se il Bambino Dio non ci fosse mai stato. Ma anche moriranno così, lontani da Dio, e lontani da Dio, nell’Inferno, vivranno la sua morte per sempre. Come nell’orto degli Ulivi, questi furono già dalla nascita, la causa dei dolori del Bambino Gesù.

Per il Bambino che piange per coloro che non vorranno sapere nulla di Lui, è una consolazione invece vedere coloro che approffiteranno il suo sangue versato, salvando le sue anime.

Oggi ricordiamo la Nascita di Gesù. Siamo lontani due mila anni fa dall’evento della Nascita di Gesù.

Che rapporto ha questa Messa di oggi, con la nascita di Gesù due mila anni fa? Come possiamo partecipare al suo evento natalizio?

Gesù è nato da Maria Vergine due mila anni fa. Ma siccome Lui è Dio Eterno, le sue azioni attraversano il tempo e ci raggiungono. Allo stesso tempo, noi siamo come trasportati, nella Messa, in maniera misteriosa, alla sua Presenza, e così partecipiamo degli eventi salvifici compiuti da Gesù due mila anni fa.

Quando celebriamo la Messa, non è un semplice atto esteriore, né un “fare memoria” nel senso soltanto di ricordare. È un “fare memoria” che fa sì presente ciò che commemora.

Perciò nella Messa, siccome facciamo memoria della vita di Gesù, facciamo Presente, o meglio, ci troviamo davanti la sua Presenza.

Commemoriamo tutta la sua vita, il Natale anche, e soprattutto l’Ultima Cena e il Sacrificio in Croce. Perciò il nostro tempo di oggi, 25 dicembre due mila undici, si fa co-presente al Natale di due mila anni fa, all’Ultima Cena, al Sacrificio in Croce, al Natale. Nella Messa, commemorando il Natale, siamo davanti a Gesù Bambino.

Il Bambino è nato per sacrificarsi, come Vittima pura, santa, e immacolata a Dio Padre, per la nostra salvezza.

Un sacrificio fatto liberamente, solo per amore, che oggi sarà rinnovato sull’altare. Come partecipare?

Voi siete anche sacerdoti, per il battesimo. Potete unirvi al sacrificio del Bambino, che oggi si offrirà sull’altare. Potete offrire tutta la vostra vita, fin dalla nascita, il presente, e anche il futuro, unendo questa la vostra vita al sacrificio del Dio fatto Bambino sull’altare.

Offriamoci, accanto a Lui, come vittime espiatorie, sempre nello Spirito d’Amore, e facciamo l’oblazione per coloro che non credono, non aspettano, non adorano, e non amano il nostro Dio Bambino.

























































miércoles, 30 de noviembre de 2011

Avvento: tempo di conversione al mistero di Cristo



Abbiamo iniziato un nuovo anno liturgico, un nuovo tempo di Avvento. Perché la Chiesa celebra tutti gli anni gli stessi tempi? Cosa facciamo nell’anno liturgico, nel tempo liturgico, nella celebrazione liturgica, nella Messa?

Partecipiamo, nel tempo, con la fede, al mistero di Cristo.

Cristo, Dio eterno, Luce da Luce, Lampada della Nuova Gerusalemme, risplende in cielo, illuminando con la sua luce divina il mondo celeste, i santi, gli angeli[1]; risplende col suo divino splendore, irraggiando luce che è vita divina, perché Lui è Luce viva.

Attraverso la celebrazione liturgica, noi partecipiamo al suo mistero divino. La nostra liturgia è illuminata dalla luce eterna di Cristo. Lui dà a noi, nell’anno liturgico, nel tempo liturgico, nella celebrazione liturgica, un riflesso, un raggio della sua luce divina, del suo giorno eterno presso Dio.

La celebrazione liturgica si converte così nella manifestazione terrena e nel tempo, della luce eterna che è Cristo; un riflesso terreno, mistico, del sole divino Cristo, che si fa presente in mezzo a noi attraverso la fede e attraverso i misteri che Egli visibilmente ha affidato alla Chiesa, la liturgia.

L’anno liturgico, il tempo liturgico, la celebrazione liturgica, è la presenza attuale, attiva e viva, nel tempo, dell’eternità di Cristo; è Cristo nel mistero, in mezzo a noi.

Nell’anno liturgico, noi viviamo insieme al Signore la vita sua in questo mondo, la sua nascita, la sua crescita, la sua Passione e Morte, la sua Risurrezione.

Nel tempo liturgico dell’Avvento, viviamo soprattutto la parte della vita terrena del Salvatore, quella riguardo alla sua incarnazione e nascita da Maria Vergine. Viviamo e partecipiamo, attraverso i sacramenti, del mistero di Cristo.

Ma non viviamo e partecipiamo di questo mistero di Cristo da semplice ricordo, come se fosse una contemplazione spirituale, come una unione morale, solo della volontà, della memoria.

Non facciamo una azione semplicemente memoristica.

La celebrazione del tempo liturgico, della Messa come liturgia, significa essere immersi nel Pneuma di Cristo, nel suo Spirito, nella vita eterna di Dio; significa essere uniti a Lui, attraverso i sacramenti, in maniera mistica, reale, sostanziale.

È questo ciò che ci chiede il Battista: la conversione al mistero di Cristo, celebrato nella liturgia, nei sacramenti.


[1] Cfr. Odo Casel, Presenza del mistero di Cristo, Edizioni Queriniana, Brescia 1995, 38.

miércoles, 20 de julio de 2011

È lo Spirito d'Amore a spingere i santi a fare delle opere di misericorida soprannaturali




I santi dimostrano, con le sue opere, di agire mossi da un amore sopraumano,soprannaturale.

Le sue opere di misericordia non si spiegano con le forze umane. Anzi, sono impossibili di farle con le forze umane. Non sono mossi da un amore umano perché l’amore umano, da solo, anche quello più grande, è amore egoistico, imperfetto, e non permette di fare queste opere.

Il principio che muove ai santi non è umano: agiscono attraverso un principio di vita nuovo, diverso al principio di vita meramente umano, della natura umana.

Che cosa è questo principio di vita nuovo, soprannaturale, il che capacita ed spinge i santi, i martiri, ad agire in maniera soprannaturale?

Questo principio di vita nuovo, soprannaturale, che spinge i santi a realizzare opere sopraumane, è la caritas divina, l’amore divino, lo Spirito Santo, effuso nel battesimo e nei sacramenti, presente personalmente nell’anima mediante la grazia santificante.

La grazia santificante, comunicata dai sacramenti, è la vita di Dio effusa sull’anima, la quale capacita l’anima ad essere dimora della Caritas Increata, lo Spirito Santo. È come l’aurora, la quale non essendo ancora il sole, porta in sé la luce del sole che toglie le tenebre e da passo alla luce del sole.

La grazia santificante è come un raggio di luce divina che, trasmettendo all’anima la vita divina, fa sì che spariscano le tenebre del peccato nelle quali quest’anima si trova avvolta, e da passo, non soltanto alla luce divina, ma a Dio Uno e Trino stesso e al suo Spirito d’amore.

I santi conservano come un tesoro prezioso questa inabitazione dello Spirito Santo nelle loro anime, ed è questo Spirito d’Amore a spingere i santi a fare delle opere di misericordia, di carità soprannaturale.

Dobbiamo imitare i santi nella loro pratica e frequenza dei sacramenti, fonti di vita e di amore soprannaturale che spinge l’uomo a fare le opere di Dio.

lunes, 13 de junio de 2011

Pentecoste



Nella sua vita terrena, da Uomo-Dio, Gesù Cristo fece tantissimi miracoli –risuscitare i morti, moltiplicare i pani e i pesci, dare la vista ai ciechi-, tutti meravigliosi, che dimostravano la verità delle sue parole. Egli ci si presentava da Figlio Eterno del Padre, da Dio nascosto sotto le veste dell’umanità, e i suoi miracoli dimostravano che ciò che Lui diceva era vero, perché solo un Uomo-Dio ne poteva fargli.

Nonostante questi miracoli siano già passati, Gesù Cristo, che regna eternamente nei cieli, illuminando gli spiriti beati con la luce della sua divinità[1], siccome è anche Presente col suo Spirito nella sua Chiesa, li continua a fargli. Senza che noi uomini ce ne rendiamo conto, Lui, in mezzo alla sua Chiesa, invisibile ma Presente, ininterrottamente, tutti i giorni, fino alla fine dei tempi –“Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20)-, realizza ancora questi miracoli, ma realizza inanzittutto un miracolo specialissimo, un miracolo ancora più grande di tutti questi che faceva nella sua vita terrena. Possiamo dire che questo miracolo, che Gesù realizza per la sua Chiesa tutti i giorni, rende gli altri miracoli –risuscitare i morti, guarire gli ammalati, dare la vista ai ciechi- quasi insignificanti[2]. È un miracolo così grande e meraviglioso, che, paragonato con esso, gli altri miracoli sembrano quasi nulla.

Questo miracolo così straordinario, che passa inavvertito per noi, è il miracolo della comunicazione, attraverso i sacramenti, della grazia santificante, della sua vita divina; un miracolo che trasforma la nostra anima nel cielo dove Lui, col suo Padre ed il suo Spirito, inabitano. Chiunque riceve la grazia –chiunque riceve l’autore della grazia, Gesù Cristo, nell’Eucaristia-, riceve conseguentemente il Dio Trino nell’anima[3], vede la sua anima trasformata in una dimora della Trinità.

Ecco il meraviglioso potere della grazia divina, il meraviglioso miracolo dell’Eucaristia, che trasforma lo stallo della nostra anima in un luogo degno della dimora di Dio, e così degno, che le Persone della Trinità non dubitano nel scendere all’anima in grazia.

Chiunque riceve da Gesù Cristo, che agisce invisibile nella sua Chiesa, il miracolo della grazia santificante, il miracolo della vita di Dio nell’anima, riceve la Presenza delle Persone del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, che iniziano ad inabitare in essa come se fosse lo stesso cielo[4]. Per questo gli altri miracoli sono quasi insignificanti: perché fa sì che le Persone della Trinità scendano sulla nostra anima e la nostra anima viene in questa maniera trasformata nella dimora della Trinità, inabitata dalle Persone della Trinità.

Perciò Sant’Agostino dice che quando noi preghiamo il Padre Nostro, e diciamo: “Padre nostro che sei nei cieli”, i cieli significano le nostre anime, trasformate nel cielo di Dio, nella dimora della Trinità, dove lo stesso Dio Unitrino viene a vivere. L’anima in grazia viene non solo paragonata, ma trasformata realmente nel cielo stesso dove brilla il Sole Divino della Trinità; in un cielo dove splendono non le stelle materiali, ma le Persone della Trinità; viene trasformata nell’Arca della Nuova ed Eterna Alleanza; nell’altare della Divinità[5].

Noi diventiamo il cielo di Dio, il tempio divino della Trinità, ogni qualvolta riceviamo l’Eucaristia, perché lì ci viene comunicata non solo la vita di Dio, ma lo stesso Dio Vivente, Gesù Cristo, e con Gesù Cristo ci vengono il Padre ed il Figlio, perché tutte e tre le persone divine sono, per l’unità della loro essenza e del loro essere, un solo Dio.

Quando riceviamo il Gesù Eucaristico, riceviamo pure le Persone del Padre e dello Spirito Santo, perché tutte e tre le persone della Trinità sono indissolubilmente unite tra loro, e dove c’è una, ci sono le altre due, e siccome nell’Eucaristia c’è la Persona del Dio Gesù Cristo, dunque ci sono anche nell’Eucaristia il Padre e lo Spirito Santo, perché, inseparabilmente unito a Gesù, c’è il Padre, ed inseparabilmente unito al Padre ed al Figlio, c’è lo Spirito Santo. Perciò, mangiando il Corpo di Cristo, bevendo il Sangue di Cristo, riceviamo il Dio Gesù Cristo, e insieme a Lui, riceviamo il Dio Padre ed il Dio Spirito. Mangiando l’Eucaristia, la Santissima Trinità viene e fa dimora nei nostri cuori.

Se noi però ci meravigliamo, ci ammiriamo e ci stupiamo quando contempliamo, con gli occhi dell’anima illuminati dallo Spirito Santo- i meravigliosi miracoli realizzati dall’Uomo-Dio narrati dai Vangeli, come mai non meravigliarci, non ammirarci, non stupirci, quando contempliamo il miracolo di Gesù di trasformare la nostra anima per la grazia nel cielo stesso dove vivono le Persone della Trinità, dove le Persone della Trinità non solo vivono in noi, non solo fanno dei nostri cuori la sua dimora, ma dove iniziano ad avere con noi un intimo rapporto di amicizia, una intima comunione di vita, così intima e profonda, da avere noi con loro in comune conversazioni, occupazioni, sentimenti, desideri, interessi e misteri[6].

“Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo, sono nella mia Chiesa, e sono nell’Eucaristia per dimorare ed essere nei vostri cuori, e da lì comunicarvi l’Amore Mio e del Mio Padre, lo Spirito Santo. Io sono con voi per fare di voi uno solo con noi Tre per mezzo dello Spirito d’Amore”. È questo il dono meraviglioso ricevuto nel giorno di Pentecoste: lo Spirito Santo, l’Amore di Dio, il che ci fa essere uno col Padre ed il Figlio.

Siamo immersi nell’Amore del Padre e del Figlio, ed è questa Allegra Novella ciò che noi dobbiamo insegnare al nostro prossimo (cfr. Mt 28, 20).



[1] Cfr. Odo Casel, Il mistero del culto cristiano, …

[2] Cfr. Matthias Joseph Scheeben, The glories of divine grace, TAN Books Publishers, Illinois 2000, 80.

[3] Cfr. Matthias Joseph Scheeben, The glories of divine grace, TAN Books Publishers, Illinois 2000, 79.

[4] Cfr. Scheeben, The glories, 79.

[5] Cfr. Scheeben, The glories, 82.

[6] Cfr. Scheeben, The glories, 80.

sábado, 4 de junio de 2011

Ascensione del Signore

Il Cristo asceso al cielo
é lo stesso Cristo
che é vivo e risorto
nell'Eucaristia.


Gesù risorto ascende al cielo con la sua umanità glorificata, inabitata dallo Spirito Santo, compiendo in questa Ascensione l’ultimo e definitivo atto del suo sacrificio redentore, mediante il quale glorifica eternamente Dio. Il Figlio Eterno del Padre era entrato nel mondo per farla nuova, per assumere la natura umana ed elevarla alla gloria di Dio, per farla partecipe della vita e della gioia della Trinità. Il Verbo di Dio si era incarnato in una natura umana per compiere come Uomo-Dio la sua Passione e adesso, compiuta la sua Pasqua, l’Uomo-Dio Gesù Cristo ascende, con la sua umanità glorificata, al cielo, il seno della Trinità, dove adesso eternamente glorifica Dio Trino.

Come nell’Incarnazione, anche nell’Ascensione di Cristo le due nature, divina e umana, sono unite: nell’Incarnazione, nel seno della Vergine Maria; nell’Ascensione, nel seno della Trinità, perché Dio e l’uomo vi sono ambedue presenti nell’unica persona dell’Uomo-Dio, Dio e la creatura uniti nell’ipostasi, nella Persona del Verbo[1]. La differenza con l’Incarnazione è che adesso, nell’Ascensione, il suo Corpo, la sua Umanità, è stata vivificata e glorificata dallo Spirito Divino; il suo Corpo è ripieno dello Spirito Santo, e gode eternamente della gioia della Trinità. Vive eternamente in cielo in compagnia delle Persone della Trinità.

Ma l’Ascensione in cielo, al seno della Trinità, del Cristo col suo Corpo reale, con la sua Umanità reale, ha come scopo ultimo e definitivo portare in cielo, al seno della Trinità, tutta l’umanità, tutti gli uomini, tutti noi. Per questo invia a predicare il vangelo “ad ogni creatura” (Mc 16, 15), affinché gli uomini, credendo in Cristo come il Messia, Dio tra noi, si uniscano a Lui, si inseriscano al suo Corpo Mistico, la Chiesa, per il battesimo e, inseriti e uniti in Lui come membra del suo Corpo, siano partecipi alla sua stessa vita, alla sua Passione, Resurrezione e Ascensione. “Tutto ciò che questa umanità racchiude deve passare in noi”[2], dicono i Padri della Chiesa. Vale a dire, tutto ciò che Cristo con il suo Corpo reale ha passato, la sua Pasqua, deve passarlo ancora col suo Corpo Mistico, i battezzati, noi. Perciò, sebbene il Cristo col suo Corpo reale è asceso in cielo, gli manca ancora ascendere col suo Corpo Mistico; Lui deve ancora completare la sua opera di redenzione mediante il suo Corpo Mistico, la Chiesa, sparso su tutta la terra. L’opera sua non è terminata, fin quando non ci ha trasfigurato in Lui[3]. Ed è questo il nostro compito in questa vita, essere come Lui, essere in Lui, subire con Lui la Passione, morire in croce in Lui e per Lui, per ascendere con Lui al seno della Trinità e glorificare ed adorare eternamente Dio Trino.

Noi ci uniamo a Lui, che è asceso al cielo, che regna eternamente nei cieli, attraverso la liturgia: per la liturgia, riproduciamo la vita terrestre del Cristo con tutti i suoi avvenimenti –oggi, l’Ascensione- ma non solo a titolo di semplice ricordo, ma realmente[4]. Ogni volta che celebriamo liturgicamente l’Ascensione del Signore, ci si attualizza il giorno dell’Ascensione, in maniera tale che la celebrazione è per noi equivalente ad essere stati presenti, di persona, in quel giorno. Perciò per noi la Messa è per noi come partecipare alla sua Ascensione al cielo, è come vedere, nella fede, il Signore che ascende, è ascoltare il Cristo che ci comanda di “predicare il Vangelo a ogni creatura” (Mc 16, 15). Cristo è asceso al cielo col suo Corpo glorioso e col suo Corpo glorioso è adesso nel cielo. Ma il suo Corpo glorioso è l’Eucaristia, perciò l’Eucaristia è per noi qualche cosa di più grande del cielo, è il Cristo Asceso. Dal cielo dell’Eucaristia, il Cristo Asceso ci comanda di predicare il Vangelo al nostro prossimo.


[1] Cfr. Ivan Kologrivof, Il Verbo di Vita, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 1956, 121.

[2] Thes. de S. et Cons. trin. Ass. XXIV. PG 75, 333. Cit en Ivan Kologrivof, Il Verbo di Vita, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 1956, 116.

[3] Cfr. Ivan Kologrivof, Il Verbo di Vita, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 1956, 116.

[4] Cfr. Ivan Kologrivof, Il Verbo di Vita, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 1956, 117.