martes, 2 de abril de 2013
Gesù incontra i discepoli di Emmaus
jueves, 5 de abril de 2012
LA MESSA È L’ULTIMA CENA, IL CALVARIO, IL MEMORIALE SANTO DEL SUO AMORE INFINITO PER NOI
martes, 19 de abril de 2011
La Passione dell'Uomo-Dio, segno dell'amore divino per gli uomini

“…Gesù… dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine” (Gv 13, 1). Dio non fa le cose per necessità o per obbligo, ma per amore: l’amore e la misericordia sono il fondamento dei disegni di Dio[1], l’amore e la misericordia sono il fondamento della Pasqua di Gesù.
L’amore di Dio, lo Spirito Santo, è l’amore reciproco tra il Padre ed il Figlio, è Colui che unisce e sigilla l’amore perfettissimo e divino tra il Padre ed il Figlio, è la prenda reale mediante la quale tutti e due si consegnano l’essere divino[2].
Questo amore di Dio Trino è la forza che opera nell’Incarnazione e nella Passione dell’Uomo-Dio, mediante la quale non soltanto vuole Dio liberarci dal peccato, ma elevarci alla gloria di figli suoi, di figli di Dio, ad una gloria e ad una sublimità talmente ammirabili, che non possono essere espresse né compresse mediante semplici concetti[3].
Per farci figli suoi, per farci partecipi della gioia del suo essere divino, per versare nei nostri cuori il suo amore infinito e così portarci al suo Cuore Divino, Gesù Cristo consegna se stesso sull’altare della croce, consegna il suo Corpo e versa il suo Sangue nella croce. Ma questo non basta al suo Amore infinito. Lui vuole rinnovare questo gesto d’amore per ogni giorno della nostra vita; Lui vuole che noi, lontani due mille anni dal suo sacrificio nella croce, siamo presenti e partecipiamo a questo medesimo sacrificio, tutti i giorni della nostra vita, e per questo istituisce il memoriale della sua Passione, l’Eucaristia; istituisce il sacerdozio ministeriale, mediante il quale Lui stesso si consegnerà nell’Eucaristia, e lascia il comandamento dell’amore soprannaturale, spirituale e divino-umano, come fondamento del nostro rapporto verso Dio ed il prossimo. E come un anticipo di questo supremo sacrificio, sulla croce dell’altare, nell’Ultima Cena, consegna il suo Corpo nell’Ostia e versa il suo Sangue sul calice. Nell’Ultima Cena, prima di compiere la sua Pasqua, il suo Passo di questo mondo all’altro, l’Uomo-Dio, Sacerdote Eterno della Nuova Alleanza, consegna alla Chiesa, Sua Sposa, le istituzioni supreme del suo Amore infinito: il sacerdozio ministeriale e l’Eucaristia, ed il loro fondamento, il comandamento dell’amore verso Dio ed il prossimo. Tutti questi doni si attualizzano e si fanno uno nella Messa, perciò nella Messa Cristo lascia alla sua Chiesa il dono supremo del suo Amore, il Memoriale della Ultima Cena e della sua Passione, Memoriale santo mediante il quale comunicherà agli uomini questo amore del suo Cuore ed il suo Cuore stesso.
La Messa è l’Ultima Cena, ed è anche il sacrificio di Cristo nella croce; è lo stesso sacrificio, realizzato due mille anni fa, rinnovato misticamente sotto le specie eucaristiche. Nella Messa, sacrificio dell’altare, si verifica la stessa immolazione di Cristo sulla croce, vale a dire, la separazione sacrificale del Sangue dal Corpo. La separazione del suo Corpo reale dal suo Sangue reale, verificata nella croce, è significata, nella Messa, dalla doppia consacrazione, separata, del pane e del vino.
Fu lo stesso Signore Gesù Cristo ad istituire una doppia consacrazione, del pane e del vino, allo scopo di farci vedere che, sull’altare, si verifica il suo sacrificio, come nella croce. Il pane ed il vino si consacrano separatamente perché nella croce il Corpo ed il Sangue si separano.
È la Parola Onnipotente del Verbo del Padre, che opera con la sua virtù divina nella consacrazione, a trasformare il pane nel Corpo di Cristo ed il vino nel suo Sangue. Per le parole della consacrazione –Questo è il mio Corpo... Questo è il mio calice- si fanno presenti, separatamente, sull’altare, per la potenza infinita del Verbo, il Corpo ed il Sangue di Cristo: sotto le specie, sotto le apparenze del pane, si fa presente soltanto il Corpo; sotto le specie, sotto le apparenze del vino, si fa presente soltanto il Sangue. Nella Messa, come nell’Ultima Cena, è la Parola Onnipotente ed Eterna del Salvatore, pronunciata attraverso la debole voce umana e terrena del sacerdote ministeriale, a trasformare il pane nella Carne di Gesù ed il vino nel suo Sangue. Per questa azione onnipotente e divina del Verbo, sull’altare si trovano il medesimo Corpo ed il medesimo Sangue donati in sacrificio per la nostra salvezza; sull’altare, per la Parola del Padre eternamente pronunciata, si trova lo stesso Corpo offerto per noi, lo stesso Sangue versato per noi, misticamente separati, sostanzialmente presenti, meravigliosamente reali.
Nell’altare Gesù Cristo realizza la stessa azione sacrificale che realizza sulla croce, perchè il sacrificio dell’altare è il medesimo sacrificio della croce, realizzato nel tempo, rinnovato lungo la storia in maniera incruenta, sacramentalmente.
Perciò, per essere l’Eucaristia la rinnovazione sacramentale incruenta della morte di Cristo sulla croce, vale a dire, per il fatto di essere la Messa lo stesso sacrificio e morte in croce, nell’Eucaristia vige una misteriosa separazione, del Corpo e del Sangue. Assistiamo in ogni Messa ad una immolazione mistica, attuale, presente, di Cristo sulla croce. Questo vuole dire che tra pochi minuti, oggi, come in ogni messa, sull’altare, si farà presente nello Spirito il Salvatore, in Persona, come nell’Ultima Cena, come nella croce.
Per la separazione sacramentale del Corpo dal Sangue di Gesù, operata misticamente nella Messa, la Messa è un vero sacrificio, che attualizza, sulla altare, l’immolazione del Calvario.
In ogni Sacrificio Eucaristico, in ogni Messa, sotto i nostri occhi, partecipiamo allo stesso sacrificio del Calvario, perché partecipiamo, per il potere dello Spirito Santo, alla stessa Ultima Cena storica.
Se la Messa è l’Ultima Cena, il Calvario, il Memoriale santo del suo Amore infinito per noi, la nostra partecipazione non può, non deve essere fredda, indifferente, verso Lui che s’immola sull’altare per amore per noi. Il nostro deve essere l’atteggiamento di un silenzioso raccoglimento interiore, di una amorosa e soprannaturale adorazione, fatta nello Spirito Santo, mediante la quale manifestiamo la nostra gioia, la nostra ammirazione ed il nostro ringraziamento per questi doni del suo Sacro Cuore, attraverso i quali vuole gettarci nell’abisso infinito del suo Cuore: il sacerdozio ministeriale, l’Eucaristia, il comandamento della carità.
martes, 12 de abril de 2011
Domenica delle palme

L’Uomo-Dio Gesù Cristo inizia e compie la sua Passione, mediante la quale porterà la salvezza agli uomini e renderà gloria a Dio. Con la sua Passione e morte in croce, Cristo ci salverà dal peccato e dalla morte. Lui poteva redimerci senza subire nessun dolore, e invece patì un dolore infinitamente più grande dei dolori di tutti gli uomini, la Passione. Per soddisfare per i nostri peccati non ci voleva questo eccesso di patimento[1]; bastava un solo goccio del suo Sangue, una sola lacrima sua, e nemmeno questo. Perché mai Cristo soffrì in una maniera così terribile?
Se noi pensiamo che Cristo patì la Passione soltanto perché dopo il peccato c’era l’obbligo e la necessità di redimere gli uomini e di rendere omaggio ed onore a Dio, di restituire l’onore calpestato a Dio dagli uomini, diminuiamo l’onore di Cristo[2]. Lui non patì per necessità.
Fu l’amore libero ed infinito a Dio ed agli uomini ad spingerlo ad abbracciare la croce, a patire la Passione e la morte[3], e così l’amore di Cristo è l’onore della Passione, perché la sofferenza è più onorevole quando viene accettata liberamente e quando colui che patisce, patisce per amore e non per obbligo. Quando si patisce liberamente, non per necessità, e quando si patisce per amore, il patimento non è più un disonore ma una prova d’amore per colui per il quale si patisce.
Che il patire liberamente per amore sia la più grande mostra d’amore che l’amante possa dare all’amato, questo lo possiamo capire meglio vedendo i rapporti umani. Quando noi vogliamo acquistare qualche bene del quale abbiamo bisogno, siamo disposti a soffrire ed a fare qualche sacrificio per questa necessità. Invece per coloro che amiamo di più, siamo disposti a soffrire, e soffriamo, e facciamo qualsiasi sacrificio, non soltanto allo scopo di acquistargli qualche bene o rimediare qualche necessità, ma per dimostrargli, così, mediante il dolore, il nostro amore ed il nostro rispetto. Perché dimostra di più l’amore l’offerta di sé fatta mediante il sacrificio ed il dolore, che quella fatta senza subire, impassibile[4]. È in questa maniera, mediante il dolore, che dimostriamo l’amore nostro per i nostri cari, per le persone che amiamo di più, meglio ancora di qualsiasi altra opera che noi facciamo in loro favore. Quanto più grande è il dolore subito liberamente e per amore ai nostri cari, tanto più grande è la mostra del nostro amore per loro.
Gesù Cristo poteva redimerci senza patire –nonostante, se ci avrebbe redenti in maniera impassibile, sarebbe stato per noi un grande onore-, ma invece, scelse liberamente di patire la sua Passione, non per obbligo o per necessità, ma per amore, e perciò, tramite la sua Passione d’amore, ci rivela l’immensità dell’amore divino per noi. Quanto più grandi le sofferenze del Cristo, tanto più grande è l’amore di Dio per noi.
Perciò i santi amano la sofferenza ed il patire, non per soddisfare i propri peccati ed altrui, se non perché, umiliandosi se stessi, si assomigliano all’Uomo-Dio, il quale, in questa maniera, mediante la sua umiliazione estrema e mediante la sofferenza più atroce mai patita da alcun uomo, glorificò il suo Padre e se stesso nella maniera più perfetta[5]. L’umiliazione e l’annientamento spontanei dell’Uomo-Dio diedero a Dio e a Cristo il trionfo più grande, un trionfo infinito, del loro onore e della loro gloria[6].
Ed è questo ciò che noi dobbiamo cercare di imitare in Cristo, come fecero i santi: l’umiliazione e l’annientamento della Passione, della Croce, per così glorificare la Trinità. Ma la nostra umiliazione ed il nostro annientamento, anche la nostra croce, hanno valore solo se vengono uniti alla umiliazione ed all’annientamento del Cristo Crocifisso, del Cristo della Passione e della sua Croce. All’infuori di Cristo e della sua croce, non sono che superbia mascherata. L’imitazione del Cristo Dolente deve essere anzitutto interna, spirituale, un’opera dell’anima, ma soprattutto dello stesso Cristo e del suo Spirito d’Amore.
Siccome tra noi, cattolici, ed il Figlio di Dio esiste una relazione specialissima, una unità misteriosa perché siamo stati incorporati alla sua Persona divina come il suo Corpo, perciò dobbiamo agire in armonia col Capo, movendoci secondo i silenziosi impulsi del suo Spirito[7]. E se il Capo è crocifisso, il suo Corpo -le sue membra, noi- non può pretendere una vita spensierata, senza sofferenze. Il Corpo deve compartire, nello medesimo Spirito, il dolore del Capo crocifisso per poi compartire la gioia eterna della Risurrezione.
E se la vita di tutti i giorni deve essere una interrotta imitazione di Cristo, perché il corpo fa ciò che fa il capo, non c’è configurazione ed imitazione più perfetta al Cristo di quella che si verifica nella Messa, perché lì La Passione di Cristo e quella dei cristiani formano una unità nel sacrificio ideale di Cristo[8].
Nel sacrificio eucaristico, l’Uomo-Dio offre al Padre la carne ed il sangue della nostra natura umana, che vengono santificate dal fuoco dello Spirito Santo e così, sublimate da questo Spirito, vengono presentate davanti al trono di Dio. Cristo offre al Padre la nostra carne ed il nostro sangue, e noi, per Cristo, con Cristo ed in Cristo, uniti al suo sacrificio eucaristico, offriamo al Padre una offerta di valore infinito, la offerta del sacrificio del suo Corpo Mistico[9].
Uniti al Cristo Eucaristico, tutta la nostra vita, con le sue gioie e i suoi dolori, viene assimilata alla Passione di Cristo, e in Cristo, fatta una Pasqua in onore e gloria di Dio Trino.
[1] Cfr. Matthias Joseph Scheeben, Los misterios del cristianismo, Ediciones Herder, Barcelona 1964, 450-451.
[2] Cfr. Scheeben, Los misterios, 450.
[3] Cfr. Scheeben, Los misterios, 449.
[4] Cfr. Scheeben, Los misterios, 449.
[5] Cfr. Scheeben, Los misterios, 450.
[6] Cfr. Scheeben, Los misterios, 451.
[7] Cfr. Scheeben, Los misterios, 395.
[8] Cfr. Scheeben, Los misterios, 463.
[9] Cfr. Scheeben, Los misterios, 463.
martes, 22 de marzo de 2011
La Quaresima, partecipazione attiva alla Passione di Gesù
Inanzittutto, è una memoria psicologica: leggiamo i vangeli, i brani sulla Passione, facciamo uso della memoria per ricordare, utilizziamo l’immaginazione per pregare.
Tuttavia, questa memoria non è l’unica né la principale. Questa memoria psicologica è sempre estrinseca al fatto stesso della Passione. C’è una ‘memoria’ più profonda, connessa alla Passione, che viene chiamato per questo il ‘memoriale’.
Com’è la ‘memoria’, il ‘memoriale’, che noi, da cattolici, facciamo?
Secondo Santo Tommaso, l’uomo si trova nei confini del tempo e dell’eternità: da esseri umani, abbiamo corpo e anima; per il corpo, siamo soggetti al tempo, alla successione del movimento, al prima e al dopo; per l’anima, viviamo già al di fuori del tempo, nel tempo speciale dell’anima –detto ‘aevum’-, al di là del tempo del corpo, e questo è vero in quanto l’anima è immortale, vale a dire, sussiste al di là del tempo.
Per la grazia divina, partecipiamo, col nostro tempo e la nostra ‘temporalità dell’anima’, dell’eternità divina. Vuol dire che noi, essendo partecipi dell’eternità di Dio, siamo davanti ai suoi occhi fin dalla nascita, fino alla plenitudine della vita eterna.
Dio è presente, in ogni tempo, in tutti i tempi umani; i nostri tempi sono presenti agli occhi di Dio in ogni momento.
Questo è valido per Cristo, che è Dio eterno. Noi siamo davanti a Lui in ogni momento; Lui ci guarda dal profondo del nostro essere, in ogni istante della nostra vita.
Ma Cristo, essendo Dio eterno, soffre ancora nella sua umanità gloriosa, fino alla fine dei tempi, in maniera inspiegabile e misteriosa, per noi, ma non di meno realmente e veramente.
Siccome noi siamo parti del suo Corpo Mistico, siamo partecipi, realmente e veramente, della sua presente sofferenza per i peccati del mondo.
Il suo Corpo Mistico,
Lui soffre per i nostri peccati, e si consola per i nostri atti virtuosi.
È ciò che ci insegnano i mistici: Santa Gemma, Padre Pio, Santa Margherita di Alacquoque. Con le loro esperienze mistiche, le loro piaghe visibili, che sono le piaghe di Gesù, ci dicono che Gesù ancora soffre per noi attraverso di loro.
Per tutti quelli che non sono mistici, la partecipazione alla Passione di Gesù si fa anche in maniera reale, ma nascosta, invisibile, attraverso le stigmate dello spirito, i dolori dello spirito.
Perciò il valore della sofferenza, perché col dolore partecipiamo, col nostro tempo, alle sue sofferenze, e questa sofferenza è salvifica. Nel dolore offerto, ci salviamo, anche nelle gioie, perché è Gesù a soffrire e gioire in noi e con noi.
Nella Messa, abbiamo
martes, 23 de febrero de 2010
Il Monte Tabor

Gesù annunzia ai suoi discepoli la sua Passione, profetizza la sua morte. Lui sarà tradito, consegnato e crocefisso, morirà, e dopo risusciterà. Subito dopo di questo annunzio, sale sul Monte Tabor e, davanti ai suoi discepoli, scelti da Lui, si trasfigura, vale a dire, si mostra come ciò che Lui è: l’Unigenito del Padre.
Che senso ha questa Trasfigurazione del Signore? Qual è il fondamento che la spiega?
Il fondamento è il mistero di Cristo: Persona divina unita ad una natura umana, Uomo-Dio. In Cristo, la sua umanità serve da fasciatura per la divinità del Verbo. L’umanità santa di Gesù sono le vesti del Verbo, è il Verbo a trovarsi sotto l’uomo Gesù.
Possiamo domandarci: come mai, se l’umanità di Gesù è l’umanità del Verbo, gli appartiene a questi in maniera così intima e personale, al punto di poter dire, perché è così nella realtà, che Gesù uomo è Dio fatto uomo, come mai, se questo è verità, l’umanità di Gesù non ha manifestato visibilmente, dalla nascita, tutta la gloria e la potenza infinita e divina, che gli appartiene per il fatto di essere l’umanità del Verbo?
Il Verbo potrebbe avere concesso alla sua umanità, fin dalla nascita, che si manifestassero visibilmente la maestà e la gloria infinita che Lui, da Figlio Eterno del Padre, possiede da tutta l’eternità. Il Verbo possiede, da tutta l’eternità, la stessa gloria del Padre, perché è unito a Lui –e allo Spirito Santo- sostanzialmente, nell’unità della sostanza divina. Ed è questa gloria divina quella che possiede l’umanità di Gesù, per diritto proprio, per essere l’umanità della Persona del Figlio.
Vuol dire che fin dalla nascita, Gesù, da Bambino, da giovane, da adulto, potrebbe sempre aversi manifestato agli come si manifestò sul Monte Tabor. Ma la gloria di Gesù si manifestò visibilmente nella sua vita terrena solo sul Monte Tabor.
La Trasfigurazione sul Monte Tabor rappresenta la realtà di Gesù: Lui è il Dio glorioso, il Signore della gloria divina, eterna, il Dio di infinita maestà, che si è rivestito da uomo, per abitare con noi, per compartire il nostro tempo, le nostre gioie, i nostri dolori, per toglierci i nostri peccati, per donarci la sua vita, il suo Spirito, per farci come Lui, per farci dei, figli di Dio.
Lui è realmente il Dio della gloria, rivestito da una natura umana, ma per mostrarci che il suo corpo non è apparente, per un miracolo, impedisce che la sua gloria si manifesti nella sua visibilità, eccetto nel Tabor[1].
Così il suo corpo umano e la sua anima umana, reali entrambi due, soffriranno con una sofferenza reale, inimmaginabile per noi, perché Lui, essendo Immacolato, porterà su di sé i nostri peccati, ricevendo, al posto nostro, il castigo di Dio da noi meritato.
La sua umanità santissima, sospesa per miracolo la sovrabbondanza della gloria del Verbo su di essa, riceve nella Passione l’ira della giustizia divina, scatenata da noi per i nostri peccati. Tenendo davanti a sé i terribili e dolorosissimi fatti della Passione, perché Lui come Dio sapeva ciò che doveva accadergli, Gesù lascia che la sua gloria eterna di Dio si manifesti soltanto per pochi istanti, nella, e attraverso, la sua umanità. Per qualche istante, Lui si lascia vedere come ciò che è: Dio onnipotente, Signore del tempo e della storia.
Per qualche istante, la sua umanità si manifesta visibilmente con la gloria che il Verbo possiede da tutta l’eternità. La gloria che i discepoli vedono, è la stessa gloria del Padre, donata da Lui al suo Figlio, Dio come Lui.
Gesù lascia vedere la sua gloria da Dio, la occulta, e non la manifesterà più fino alla resurrezione. Lungo tutta la Passione sospenderà l’azione della sua gloria nella sua umanità, e così tutti crederanno di crocefiggere un semplice uomo; e invece, faranno morire nella croce al Verbo eterno del Padre.
Gesù si mostra da Dio, prima della Passione, per farci vedere che alla resurrezione, alla felicità eterna, solo si arriva attraverso la croce. Perciò dobbiamo amare la nostra croce, perché la nostra croce, unita alla croce di Gesù, è il cammino al cielo; partecipando della sua Passione, saremo partecipi della sua beatitudine. Nell’Eucaristia, come nella Passione, Gesù nasconde la sua divinità; ma anche, come sul Monte Tabor, nell’Eucaristia, Gesù ci manifesta la sua misteriosa realtà di essere il Dio della gloria.
[1] Cfr. Matthias Joseph Scheeben, Los misterios del cristianismo, Ediciones Herder, Barcelona 1964, 300.

