martes, 27 de mayo de 2025

Ascensione del Signore



Ascensión del Señor Ciclo C 2001

Primer sermón predicado como diácono

Domingo 27 de mayo de 2001

Fiano

Ponzano Romano

Anno C

At 1, 1-11 – Eb 9, 24-28. 10, 19-23 – Lc 23, 46-53

“Si staccò da loro e fu portato verso il cielo”

         Gesù Cristo è l’Uomo-Dio che, dopo aver compiuto la sua Passione e Resurrezione, adesso inizia il movimento di ritorno al Padre, da dove era uscito per compiere l’incarnazione e la salvezza degli uomini. Infatti, Lui aveva detto: “Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo, e vado al Padre” (Gv 16, 28). Aveva detto: “Sono uscito”, perché è il Verbo Eterno di Dio, Dio Figlio, che generato eternamente dalla mente del Padre, ha la stessa sostanza del Padre; aveva detto anche: “sono venuto al mondo”, cioè, si è incarnato per partire per gli uomini, “lascio di nuovo il mondo”, perché muore nella croce, e la sua anima lascia questo mondo; e dopo disse: “vado al Padre”, perché è risuscitato. Salendo adesso al Cielo, come ci dice oggi il Vangelo, ritorna al Padre dopo aver compiuto la sua missione affidata dal Padre.

         Dopo la Risurrezione, prima di salire, il Signore si appare ai suoi discepoli, gli affida una missione, e ritorna al cielo. I discepoli rimangono senza di Lui, e non lo vedono più.

         Come agli apostoli, anche a noi l’ascensione del Signore sembra lasciarci senza la sua presenza; come gli accade agli apostoli, sembriamo rimanere soli, senza di Lui, perché il Vangelo dice: “si staccò da loro”, cioè, si distaccò da noi, i suoi discepoli. E dice dopo il Vangelo: “fu portato verso il cielo”: fu portato Lui, non gli apostoli; neanche noi siamo portati adesso al cielo.

         Non abbiamo più la sua Presenza sensibile, corporale, come non la ebbero più i discepoli in quel tempo. Non lo vediamo più, e sappiamo della sua esistenza per la fede, per il Vangelo, per quelli che predicano, ma non lo vediamo più con gli occhi del corpo.

         È vero che non lo vediamo; ma, è vero che non abbiamo la sua Presenza? Gesù è salito al cielo, allora è seduto alla destra del Padre; ma, questo vuol dire che soltanto lo potremmo vedere, parlare, toccare, ascoltare, soltanto quando noi arriveremmo al cielo, aiutati da Dio?

         È vero che non lo vediamo più, ma è anche vero che abbiamo tra di noi la sua Presenza, e questa la sua Presenza la abbiamo in un triple modo.

         Gesù sale al Padre, ma non ci lascia soli: ci lascia il suo Corpo e il suo Sangue: ci lascia la sua Presenza Eucaristica. Gesù sale al Padre, ma non ci lascia soli: ci lascia il suo Corpo Mistico, la Chiesa. Gesù sale al Padre, ma non ci lascia soli: ci invia il suo Spirito, che è lo Spirito Santo, “quello che il Padre di Lui ci ha promesso”.

         Gesù è l’Uomo-Dio, è Dio fatto uomo senza lasciare di essere ciò che è, Dio. Perciò, dopo la morte della sua umanità, è stata la sua divinità a ritornargli la vita a quest’umanità, che possiede adesso proprietà divine. Perciò, perché Gesù Cristo è Dio Onnipotente, è stato Lui stesso ad inventare i modi di rimanere con noi: l’Eucaristia, la Chiesa, i carismi dello Spirito Santo.

         Rimane sempre con noi nella sua Presenza Eucaristica, dove Lui è voluto rimanere nei secoli, finché abbia tempo e mondo, fino alla fine del mondo. Anche se non lo vediamo con gli occhi del corpo, lo vediamo con gli occhi della fede nell’Eucaristia, dove sappiamo che si trova realmente presente, col suo Corpo, Sangue, Anima e Divinità.

         Rimane sempre con noi nella Chiesa, la sua Sposa, quella nostra Madre, che ci accompagna, nei segni del tempo, nel nostro cammino di salvezza. Rimane nella Chiesa, che ha l’incarico dato da Lui di annunziare ad ogni uomo di ogni luogo e tempo che il tempo si è compiuto e che il Regno dei cieli è arrivato nella Persona di Gesù Cristo.

         Rimane sempre con noi nei carismi suscitati dallo Spirito Santo, promesso ed inviato da Lui; rimane, in altre parole, nell’esempio dei suoi figli, i nostri fratelli: i santi, i martiri, i mistici, che con la loro vita ci dicono che solo Gesù è il Signore per cui è valido donare la propria vita.

         L’Ascensione di Gesù, anche in un primo momento ci sembra l’inizio di una vita senza Gesù, segno nonostante varie cose: il punto conclusivo della missione terrena di Gesù, l’inizio della missione della Chiesa pellegrina nella terra, l’inizio della sua Presenza Eucaristica tra noi. L’ascensione di Gesù segna l’inizio di una nuova vita in Gesù e con Gesù, con una Presenza Eucaristica reale e quotidiana che anticipa la sua presenza definitiva nei cieli.

         Gesù sale al Padre, lasciandoci l’Eucaristia, la Chiesa, lo Spirito Paraclito, e gli apostoli, come abbiamo visto, non rimangono soli, perché hanno con essi a Gesù, che pur essendo nel cielo, si trova anche nelle loro anime.

         Perciò, cerchiamo d’imitare l’attitudine degli apostoli: “Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia; e stavano sempre nel tempio lodando Dio”. “Dopo averlo adorato”, perché illuminati dallo Spirito Santo, riconoscevano nell’umanità di Gesù, la sua Divinità, e lo adoravano. Così dobbiamo fare noi: insegnati dallo Spirito Santo, dobbiamo riconoscere la sua umanità divinizzata, la sua divinità umanizzata, nell’Eucaristia, dove si trova realmente Presente, ed adorarlo, perché il riconoscimento di Dio porta alla sua adorazione, che non è l’umiliazione di noi peccatori davanti alla sua infinita maestà. L’adorazione è l’omaggio della mente e dello spirito offerto solo a Dio, perché solo Dio, Gesù Cristo, merita l’essere adorato.

         “Tornarono a Gerusalemme con grande gioia”: la nostra Gerusalemme è la Chiesa Cattolica Apostolica Romana, e dobbiamo, per il fatto di essere contadini di questa nobile città, per il fatto di essere figli della Chiesa Romana, avere sempre gioia nel cuore, perché, come gli apostoli, e come tutta la Chiesa, aspettiamo il Signore, fonte di tutta gioia e della gioia definitiva.

         “Stavano sempre nel tempio lodando Dio”: il tempio, significa la parrocchia, la cappella, cioè l’edificio materiale, ma soprattutto significa la nostra anima e il nostro corpo, fatti tempio dello Spirito Santo dalla grazia donataci da Gesù Cristo. Come gli apostoli, dobbiamo in tutto momento, col corpo e con l’anima, “sempre”, lodare Dio, cercarlo, parlargli, ascoltarlo, affidargli i nostri pensieri, le nostre fatiche, i nostri lavori, la nostra vita intera. “Sempre”, in silenzio, con le parole, con la preghiera, da soli, in comunità.

         Solo in questa maniera, imitando agli apostoli, vivremmo questa vita con i piedi nella terra, ma con lo sguardo posto nel cielo, aspettando sempre il definitivo ritorno di Gesù.

         Chiediamo a Maria, la Regina del cielo, che ci aiuti a riconoscere sempre al suo Figlio, nascosto nella Presenza Eucaristica, nella Chiesa, nei suoi santi.


miércoles, 25 de abril de 2018

Uniamoci con Maria al sacrificio del Cristo Eucaristico




Uniamoci con Maria al sacrificio del Cristo Eucaristico
(III Domenica TO – Ciclo B -  Lc 2, 22-40)

Maria presenta il Bambino al Tempio, il sacerdote del Tempio lo depone sull’altare e lo offre a Dio. Simeone, illuminato dallo Spirito Santo, profetizza il dolore di Maria, ed insieme ad Anna, lo riconosce come il Messia.
Maria, associata sin dall’inizio alla missione redentrice del suo Figlio[1], da Madre del Figlio, coopera attivamente nel sacrificio redentore di Gesù[2] e come parte di questa cooperazione lo presenta come offerta a Dio sull’altare tramite il sacerdote. Per questa cooperazione Maria diviene il deposito di tutta la grazia meritata per l’umanità da Cristo nella croce, diviene la Mediatrice universale di grazia, il che vuole dire che assolutamente nessuna grazia di Cristo ci viene all’infuori di Maria. Questo vuole dire che Cristo vuole farci suoi solo attraverso Maria ma anche attraverso la Chiesa, perché siccome la Chiesa è modellata da Cristo sull’immagine di Maria, siccome Maria è l’immagine ed il modello ideale della Chiesa, nessuna preghiera è ascoltata e nessuna grazia è donata all’infuori della Chiesa e nessuna preghiera è ascoltata e nessuna grazia è donata nella Chiesa all’infuori di Maria[3].
Maria presenta il Figlio nel Tempio perché, nello Spirito dell’Amore divino, si associa al Figlio dall’inizio, in tutte le fasi della sua opera di redenzione, opera mediante la quale l’umanità sarà liberata dal potere delle tenebre e vedrà splendere su di sé la luce di Dio Trinità e lo glorificherà in una eternità di gioia. Ma prima di questo Maria accompagnerà il suo Figlio nella Passione, sarà partecipe dei dolori intensi del Figlio[4], dovrà attraversare un mare di amarezza, il suo Cuore Immacolato sarà trafitto dalla spada del dolore, come la lancia attraversò il Cuore del Figlio nella croce, dovrà essere schiacciata dallo stesso dolore che schiacciò il suo Figlio. È questo ciò che Simeone, illuminato dallo Spirito, profetizza su di lei; nella Madre che presenta il Bambino, lo Spirito Santo gli fa vedere sia la divinità del Figlio che l’unità nel dolore della Madre e del Figlio nella Passione redentrice.
Simeone ed Anna, figure dei fedeli della Chiesa Cattolica, i battezzati, riconoscono in questo Bambino il Salvatore, loro sanno che questo Bambino sostenuto dalle bracci maternali di Maria non è solo un bambino umano, sanno che è il Bambino Dio, che è Dio incarnato, rivestito da una natura umana, rivestito da Bambino. Sanno che questo Bambino che li sorride è il Figlio di Dio inviato dal Padre a salvare l’umanità mediante il sacrificio della sua umanità nella croce. Sanno che è l’Emmanuelle,  Dio tra noi, ma questo non lo fanno da soli, con le sole forze umane, ma illuminati e guidati dallo Spirito Santo: è impossibile riconoscere il Cristo Messia senza la luce divina dello Spirito di luce: “…era pieno dello Spirito”.
Allo stesso modo come loro riconobbero la divinità di Gesù nascosta sotto la forma di un bambino umano, allo stesso modo noi riconosciamo il Cristo Dio nascosto sotto la forma di ciò che sembra di essere pane. La riconoscenza del Cristo Eucaristico e la consapevolezza della sua Presenza reale tra noi, sull’altare, nel tabernacolo, è opera esclusiva dello Spirito divino; solo con Lui e in Lui, possiamo essere certi della sua Presenza reale e sostanziale, non immaginaria, nell’Eucaristia. Lo Spirito Santo ci fa conoscere, con una conoscenza soprannaturale, che il Cristo Eucaristico è l’Emmanuelle, Dio tra noi, che prolunga nell’incarnazione nel grembo di Maria la sua filiazione divina, e prolunga nell’Eucaristia nel grembo della Chiesa la sua incarnazione. Mediante lo Spirito Santo possiamo sapere che ciò che Maria-Chiesa ci presenta ed offre in sacrificio a Dio in ogni Messa non è un po’ di pane, ma l’Eucaristia, Cristo glorioso nei cieli in mezzo a noi che si immola sull’altare per salvarci e per glorificare Dio Trinità. Mediante lo Spirito Santo possiamo sapere che ciò che offriamo a Dio non è pane né vino, ma il Corpo glorioso e risuscitato di Cristo ed il suo Sangue ripieno dello Spirito di Vita divina.
Allo stesso modo come Maria offre il Bambino a Dio mediante il sacerdote, la Chiesa, mediante il sacerdote ministeriale, depone il Figlio di Dio Incarnato sull’altare, nell’Eucaristia, offrendolo a Dio, col suo Corpo glorioso e risuscitato, come un sacrificio perfetto di eterna lode. La Chiesa, come Maria, animata ed inabitata dallo Spirito Santo, offre a Dio, mediante il sacerdote ministeriale, il Figlio Incarnato nell’Eucaristia, ma siccome nello Spirito e mediante lo Spirito la Chiesa si costituisce pure in Madre spirituale e verginale dei figli adottivi di Dio[5], offre a Dio anche i suoi figli adottivi, i battezzati, nel sacrificio eucaristico di Cristo Capo, perché essi sono stati incorporati al Corpo Mistico del Figlio di Dio. Da membra del Corpo, sono offerti dalla Chiesa nel sacrificio del Corpo e del Capo nell’altare. Maria Chiesa offre a Dio nello Spirito d’Amore, il sacrificio di Cristo Capo rinnovato nell’Eucaristia ed il sacrificio dei suoi figli, membra del Corpo Mistico di Cristo.
         Da figli di Dio, offriamo a Lui in adorazione il sacrificio eterno, divino ed infinito, il sacrificio eucaristico di Cristo, sacrificio perffettissimo di riparazione, di espiazione e di adorazione, che sale come olocausto spirituale di soave e delicato profumo fino all’altare dei cieli; unico sacrificio degno della sua maestà eterna, divina ed infinita, perché eterno, divino ed infinito.
         Da figli della Chiesa e membra del suo Corpo, uniamoci a Cristo Capo, che s’immola sull’altare come nella croce, nel suo sacrificio eucaristico, rinnovazione sacramentale del suo sacrificio in croce.
         Da figli di Maria, portati da Lei ed illuminati dallo Spirito Santo, uniamoci in questa Messa al Cristo Eucaristico, il Figlio di Maria, che nello Spirito d’Amore si offre al Padre come sacrificio di espiazione e di adorazione eterna.



[1] Cfr. Gabriel María Roschini, La Madre de Dios, Editorial Apostolado de la Prensa, Madrid 1962, 561.
[2] Cfr. Matthias Josep Scheeben, Mariology.
[3] Cfr. Scheeben, Mariology.
[4] Cfr. Adrienne Von Speyr, L’Ancella del Signore. Maria, Jaca Book, Milano 1986, 78.
[5] Cfr. Matthias Josep Scheeben, Los misterios del cristianismo, Ediciones Herder, Barcelona 1964, 203.

jueves, 11 de febrero de 2016

Maria è la gioia di Dio, la co-redentrice degli uomini, la vincitrice di Satana



Maria è la gioia di Dio, la co-redentrice degli uomini, la vincitrice di Satana[1].

         Maria è la gioia di Dio, perché Lei è la Vergine Madre, la Madre Santa, la Madre Immacolata, la consolazione di Dio, il dono che la Trinità volle farsi a se stessa. Maria, dimora della Trinità, è la costante, perfetta e intima letizia di Dio Uno e Trino. Perché Maria è l’abisso della purezza, della intangibilità, della grazia, che si perde nell’Abisso divino da cui è stata creata: Abisso di Purezza, di Intangibilità e Grazia perfettissimo, Dio, nella sua eternità beata, si compiace in Maria[2].
         Maria è la co-redentrice degli uomini, perché Lei offrì ai piedi della croce il suo immenso e incomparabile dolore, quello di vedere morire il suo Figlio santo per la salvezza di tutti gli uomini. Perciò Maria è la ragione per cui Dio perpetuò la razza umana, anche quando meritava di essere distrutta; è Maria per l’uomo la ragione del perdono.
         Dicono i santi che per Dio Uno e Trino ben meritava creare l’uomo, e decretare di perdonarlo, per avere la Vergine Immacolata che lo amasse sin dal primo istante del suo concepimento, con amore puro e verginale. Ben meritava creare l’uomo e perdonarlo, perché l’amore di Maria verso Dio Uno e Trino cancella l’amarezza di Dio provocata dalla disubbidienza umana, dalla fornicazione umana con Satana, dall’umana ingratitudine.
         Maria è la vincitrice di Satana: Maria è la vittoria di Dio Uno e Trino sulla vendetta di Satana: Satana profana le sue creature, seminando in esse l’invidia, l’odio e la malizia non umane, ma diaboliche, seminando in esse il suo abisso di perversione; ma Dio Trinità, in Maria, ha la sua clamorosa rivincita: contro alle creature profanate Egli alza la sua Stella di perfezione. Contro la scienza del male, Dio alza la sublime ignorante del male; contro l’odio satanico contro Dio, Dio alza la sapienza incandescente dell’amore divino[3].
         Contro la superbia e l’impurezza satanica, che vuole trascinare con sé l’umanità sino agli abissi dell’Inferno, Dio alza la sua Umile Fiore, il suo Giglio Santo, il Fiore del suo giardino, che porta agli uomini all’adorazione di Dio Uno e Trino nell’Eucaristia.
        



[1] Cfr. Maria Valtorta, L’Uomo-Dio, Tomo I, 30ss.
[2] Cfr. Valtorta, ibidem.
[3] Cfr. Valtorta, ibidem.

lunes, 22 de diciembre de 2014

Oggi a Betleheme è venuta per noi dal grembo del Padre la luce eterna


Oggi a Betleheme
è venuta per noi
dal grembo del Padre 
la luce eterna.

Oggi a Betleheme
risplende per noi
la divina luce
nascosta entro un Bambino.

Oggi a Betleheme
attraverso il Portale dell’eternità, Maria,
splende per noi
il Dio Bambino Gesù.


P. Álvaro Sánchez Rueda Natale 2014

Attraverso Maria la Luce di Dio è venuta tra noi


Attraverso Maria 
la Luce di Dio è venuta tra noi.

Gioite ed exultate, o uomini,
Dio Bambino è nato per voi!

Attraverso la Chiesa María, 
Il prodigio è ancora in mezzo a voi:
Il Bambino Dio è nell’Eucaristia
Come luce, gioia e allegria! 

P. Álvaro Sánchez Rueda
Natività 2014

Una grande luce ci è apparsa





Una grande luce ci è apparsa,/
Un grande dono/
Dal cielo arrivato,/
Dal grembo del Padre/
Al grembo di Maria./
È l’Emmanuelle, Luce eterna/
Travestita da Bambino/
Ma il dono di Dio non è finito:/
La Grande Luce è viva tra noi/
nell’Eucaristia/

P. Álvaro Sánchez Rueda – Natività 2014

domingo, 21 de septiembre de 2014

Perché la messa è la rinnovazione del suo sacrificio sul Golgota e perché è lo stesso sacrificio celeste, è per noi il tempo della nostra adorazione al nostro Dio innalzato nell’Eucaristia



“...come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’Uomo...” (cfr. Gv 3, 14). Gesù parla della Sua Passione e morte in croce, nella quale consegnerà la sua vita come sacrificio fatto nell’onore di Dio.
         Gesù realizza il sacrificio della sua vita sull’altare della croce, come il supremo atto di culto e d’adorazione dato a Dio. Il suo sacrificio è la realtà ideale di tutto ciò che può essere offerto a Dio, e nessun sacrificio è più perfetto di questo, né è degno di essere offerto a Dio. Nessun sacrificio è gradevole a Dio all’infuori del sacrificio di Cristo sulla croce e, al contrario, tutto sacrificio - il nostro essere e la nostra vita, tutta, passata, presente e futura, col suo dolore, la sua gioia, le sue tribolazioni -, offerti sull’altare, diventano lode e onore e gloria di Dio se offerti in Cristo e con Cristo. Con questo sacrificio Cristo realizza la glorificazione di Dio più perfetta e reale; solo il suo sacrificio in croce è l’unico in grado di rendere onore e adorazione eterna e infinita, secondo lo merita l’Essere Perfettissimo di Dio. Mediante il suo sacrificio cruento sull’altare della croce, offre a Dio la sublime dimostrazione del suo eterno e infinito amore da Figlio e allo stesso tempo, acquista per gli uomini la salvezza eterna e la filiazione divina.
         Il sacrificio di Cristo sulla croce, che fu prefigurato nell’alzare del serpente da Mosè nel deserto, è il vero, unico e definitivo sacrificio della Nuova Alleanza; è il sacrificio della Nuova ed Eterna Alleanza, sigillato non più col sangue degli animali, come accadeva con l’Antica Alleanza, ma sigillato col Suo Sangue, il Sangue dell’Agnello Immacolato, sacrificato sulla croce. Mediante il Suo sacrificio, l’Uomo-Dio sancisce definitivamente, con un patto eterno e divino, l’Alleanza indissolubile d’amore tra Dio Trino e l’umanità, realizzando in esso un’ammirabile scambio di doni: da Dio Trino ci porta il Suo Amore sostanziale, lo Spirito Santo, e da noi porta a Dio la sua umanità glorificata, pressa dal seno della razza umana, porta la nostra carne e il nostro sangue che, glorificati in Lui e da Lui, rende onore e adorazione perfetta a Dio Trino.
          Il Suo sacrificio è eterno, e questo vuole dire non solo che non finisce mai, ma che continua ancora nel cielo, e continuerà eternamente, perché il Cristo innalzato sulla croce è Dio Eterno e perciò le sue azioni compiute da Uomo hanno una valenza eterna. Perciò il suo sacrificio, prefigurato da Mosè, realizzato e compiuto nel tempo, continua adesso nel cielo eternamente, come olocausto celeste, ma nel cielo il suo sacrificio sulla croce si fa presente come ricordo nel suo corpo spiritualizzato e glorificato: nell’olocausto celeste avviene la stessa immolazione della croce, ma adesso glorificata e spiritualizzata dallo Spirito di Dio. Vale a dire, due mille anni fa, gli uomini furono spettatori del suo sacrificio sulla croce, e adesso, nel cielo, gli angeli e gli spiriti beati godono e adorano il Cristo che si presenta davanti al Padre coi segni gloriosi della sua Passione, le piaghe del Suo Corpo, dalle quali non escono più Sangue, ma luce divina.
         Nonostante questo, noi non siamo stranei né lontani né a uno né all’altro evento - che in realtà è uno solo, nel mistero -, perché il sacrificio dell’altare collega entrambi due eventi, che è in realtà uno solo. Nell’Eucaristia il Cristo è innalzato sulla croce, il suo sacrificio si continua nell’Eucaristia, perché la separazione del suo Corpo e del suo Sangue sono rappresentate visibilmente per noi sull’altare mediante la consacrazione separata del pane e del vino; perciò nel sacrificio eucaristico si fa presente con la sua forza e con la sua realtà lo stesso sacrificio della croce e lo stesso sacrificio del cielo, ed è a questo sacrificio che noi dobbiamo unirci.
         Noi non vediamo né Mosè che innalza il serpente, né vediamo il Cristo innalzato sulla croce; ma, ancora meglio, assistiamo e siamo partecipi alla sacra liturgia del sacrificio eucaristico, nel quale si fa presente, nel mistero, nella sua realtà sostanziale, lo stesso sacrificio della croce, lo stesso sacrificio che è adesso presente nel cielo, come olocausto gradevole, davanti agli occhi di Dio.

         Nella messa il Figlio dell’Uomo viene innalzato sulla croce, nel oggi e adesso del tempo della Chiesa, come fu innalzato due mille anni fa, come si presenta adesso davanti al trono di Dio, col suo Corpo glorificato, con le sue piaghe coperte non da Sangue ma di Luce divina. Per questo, perché la messa è la rinnovazione del suo sacrificio sul Golgota e perché è lo stesso sacrificio celeste, è per noi il tempo della nostra adorazione al nostro Dio innalzato nell’Eucaristia.

lunes, 19 de mayo de 2014

RINNOVANDO IL SUO SACRIFICIO SULLA CROCE, CRISTO SPOSO, CONSEGNA ALLA SUA SPOSA IL DONO DEL SUO CUORE, CHE VIENE VERSATO SUL CUORE DEGLI SPOSI


Se lo si vede al matrimonio cattolico dall’infuori, superficialmente, sembrerebbe di essere uguale a tutti gli altri, con la sola differenza di essere celebrato nella chiesa e contare con la benedizione del prete.
Il matrimonio cristiano, cattolico, ha invece una dignità molto più grande, non solo dei matrimoni naturali, precristiani, e dei matrimoni dell’Antica Alleanza, ma ha una dignità molto più grande addirittura dello stesso matrimonio paradisiaco, quello tra Adamo ed Eva. E possiede e racchiude in se un mistero che non lo possiedono gli altri matrimoni, e questo non deriva dal fatto di essere celebrato in Chiesa e contare con la benedizione del prete. La sua dignità, il suo mistero, è di origine divino.
La ragione della sua dignità e la ragione di questo mistero che racchiude in se si trova nella sua relazione reale, essenziale, intima, che il matrimonio cristiano possiede con l’unità di Cristo con la sua Chiesa. Il matrimonio cristiano si radica in questa unione tra Cristo e la Chiesa, s’intreccia non in maniera simbolica, ma organicamente; partecipa dell’essere e del carattere misterioso dell’unione di Cristo con la Chiesa[1].
Il matrimonio cattolico racchiude in se, contiene in se, realmente, un mistero, perché partecipa veramente e realmente, non come semplice simbolo, alla misteriosa unione mistica tra Cristo Sposo e la Chiesa Sposa. Perciò non è un semplice simbolo di questo mistero, né è un modello che si trova lì fuori di questa unione, staccata; è una copia dell’unione di Cristo con la Chiesa, copia che procede da questa unione, che si fonda in questa, che è penetrata da questa, perché non soltanto simbolizza questo mistero, ma lo rappresenta in se realmente, e questo mistero di Cristo Sposo e la Chiesa Sposa attua realmente attraverso gli sposi uniti sacramentalmente.
L’essere e l’agire del matrimonio cattolica affonda le sue radici e si nutre come dalla sua fonte vitale, da questa unione mistica tra Cristo e la Chiesa. È da questa fonte divina da dove il matrimonio cattolico ottiene tutta la sua forza, tutto il suo splendore, tutto l’amore e tutta la fecondità della grazia necessaria per la vivere la vita in Dio: dal mistero di Cristo Sposo, unito alla sua Sposa, la Chiesa.
E il matrimonio cattolico, mistero dell’amore tra lo sposo e la sposa, rivive e si fa sempre più luminoso quando attinge la fonte del suo essere amore, la messa, perché lì, più che mai, Cristo Sposo, rinnovando il suo sacrificio sulla croce, consegna alla sua Sposa il dono del Suo Cuore, lo Spirito d’Amore, che viene versato sul cuore degli sposi.



[1] Cfr. Matthias Joseph Scheeben, Los misterios del cristianismo, Ediciones Herder, Barcelona 1964, 636.

miércoles, 2 de abril de 2014

Grande è la tua fede


“Grande è la tua fede” (cfr. Mt 15, 28). Il nostro Signore Gesù Cristo loda la fede della donna cananea. Non si tratta della fede naturale, quella che noi utilizziamo tutti i giorni, mediante la quale la ragione accetta una verità che non conosce con certezza, così come quando qualcuno che non conosciamo, ci dice il suo nome.
            Gesù parla della fede sopranaturale, vale a dire, quell’assenso che l’uomo, mosso dalla grazia divina, fa alla Rivelazione.
            Questa fede soprannaturale è la radice della nostra contemplazione dei misteri: del mistero della Trinità, della generazione e incarnazione del Verbo, del mistero del male. Senza fede, non possiamo contemplare questi misteri. È la fede quella che ci permette fare atti di fede, credere nei misteri divini.
            Gesù loda la fede della donna cananea. Ma, cosa è la fede? L’atto di fede non è un atto che scaturisce dalle forze umane: è una illuminazione e una mossa dello Spirito Santo.
            Fare un atto di fede implica l’essere illuminato dalla luce che esce dal grembo di Dio per accettare la Verità divina.
            Come si verifica l’atto di fede? Prendiamo una proposizione di fede: “Gesù Cristo è l’Uomo-Dio”. Davanti a questa proposizione, né la ragione né la volontà possono reagire, rimangono fermi, senza muoversi. Le forze naturali della ragione e della volontà sono assolutamente insufficienti per potere accettare questa proposizione. Di conseguenza, davanti a questa proposizione, “Gesù è l’Uomo-Dio”, l’uomo senza fede rimane fermo, perché le sue potenze naturali sono ferme.
            La ragione e la fede hanno bisogno, dunque, per accettare questa proposizione, della vita e della luce divina. Soltanto illuminate e mosse dalla luce divina, le potenze si muovono: la volontà muove alla ragione a dare l’assenso.
            L’uomo con fede, l’uomo illuminato dallo Spirito Santo, davanti alla proposizione: “Gesù è l’Uomo-Dio”, fa l’atto di fede, dice: “Sì, credo”, ed agisce in conseguenza, perché la fede, illuminando la ragione e movendo la volontà, fa sì che l’anima aderisca a Dio. Fa desiderare a Dio e porta alla consegna di tutto il suo essere nelle mani di Dio.
            La fede, dunque, illuminazione e mossa dello Spirito sopra le potenze dell’anima, fa che l’uomo esprima con le opere ciò che ha creduto: la fede forma la coscienza del cattolico e guida tutta la sua attività verso Dio.
            Che cosa ci fa conoscere la fede? Qual è l’oggetto della fede? L’oggetto della fede è la Persona di Cristo e la sua azione salvifica su di noi, vale a dire, la nostra giustificazione. La fede in Cristo ci fa conoscere cosa è l’essere giustificati da Cristo: la giustificazione non è soltanto un cambiamento morale dello spirito come conseguenza della remissione dei peccati. La giustificazione non è un cambiamento psicologico, né si verifica a livello mentale. Questo è soltanto un effetto. La giustificazione in Cristo, quella che la fede ci fa conoscere, non è soltanto questo: è principalmente un mistero soprannaturale che provoca un vero e profondo cambiamento dell’essere spirituale dell’uomo, vale a dire, è un cambiamento a livello metafisico.
            La giustificazione è un mistero inaccessibile alla ragione umana, che può essere soltanto conosciuto alla luce della fede. La giustificazione consiste in un’ammirabile rinnovamento e trasformazione del nostro essere spirituale, della nostra anima, prodotti entrambi dalla luce di Dio.
            Ciò che la fede ci fa conoscere è la misteriosa rigenerazione della nostra anima, come una nuova nascita, prodotta dalla luce che scaturisce dall’intimità del grembo del Padre, prodotta da Cristo, Dio da Dio, Luce da Luce. Cristo, Luce divina che splende eternamente nel seno del Padre, ci rigenera il nostro essere nel battesimo, non soltanto togliendoci il peccato, ma anche donandoci la sua vita divina, il suo stesso Spirito Santo, in maniera tale che allo stesso momento, siamo giustificati –perdonati- e santificati, vale a dire, abbiamo in noi la vita divina.
            La fede ci fa conoscere questo mistero della rigenerazione del nostro essere spirituale che inizia a partecipare della vita divina, per la potenza divina di Cristo.
            La fede però non ci fa soltanto conoscere la giustificazione di Cristo: siccome la fede è un germoglio di vita divina sigillato nell’anima, un focolare della luce di Dio che brilla nel più profondo del nostro essere, la fede è la radice, il motore di tutta l’attività dell’uomo battezzato, che spinge l’uomo verso Dio, fonte di giustizia, e atrarre la grazia giustificante di Dio verso l’uomo.
            Vale a dire, da un lato, noi siamo stati già salvati dalla giustificazione di Cristo; abbiamo ricevuto nel battesimo il suo perdono e la sua vita; per pura e gratuita misericordia sua; d’altro lato, dobbiamo incessantemente metterci in contatto con la fonte di grazia, atrarre continuamente la giustificazione di Dio, tendere senza stancarci verso Dio, e questo movimento verso Dio la fa la fede, perciò la fede è il motore della vita del cattolico, del figlio di Dio.
            La fede, dunque, luce divina sigillata nell’anima dallo Spirito Santo, ci fa conoscere i misteri di Cristo e ci fa agire verso Cristo. La fede è, insieme ai sacramenti, la nostra maniera di unirci al Verbo di Dio, Gesù.
            Quale applicazione pratica? Questa fede, questa luce divina che brilla nel più profondo dell’essere del battezzato, deve inanzittutto illuminarci circa il mistero più affascinante, più meraviglioso di tutti, che è quello della transustanziazione, la conversione della sostanza del pane e del vino nel corpo e sangue di Gesù.

            La fede deve illuminarci per farci vedere la Messa come ciò che è nella realtà: l’attuazione mistica, reale, nel nostro oggi, qui e adesso, del sacrificio del Calvario. La fede deve farci vedere Cristo crocifisso sull’altare, che ci fa il dono del suo corpo e il suo sangue nell’Eucaristia; deve farci ascoltare il Verbo Eterno del Padre che pronunzia le parole della consacrazione; deve muoverci a riconoscere Gesù come il Figlio di Dio, come l’Uomo-Dio, e deve farci adorarlo in spirito e verità. 

martes, 4 de marzo de 2014

La nostra attidudine, sia esterna che interna, nella Messa, dev'esser quella stessa avuta davanti al Calvario



La religione cattolica consiste nell’unione della Chiesa con Cristo, in modo che tutti gli uomini siano partecipi dell’opera salvifica del Redentore.
         Ma l’unione tra gli uomini e Cristo, non è una unione puramente morale, vale a dire, metaforica, simbolica, immaginaria o psicologica. È una unione reale, che stabilisce un contatto “fisico” tra la Persona divina del Redentore, la sua opera salvifica, la sua Passione, e l’attività dei redenti.
         Il contatto con Cristo e la sua Passione sembrerebbe essere impedito dal tempo e dallo spazio: infatti, la Passione è accaduta due mille anni fa.
         Ma non è così: Cristo è Dio eterno, e le sue azioni realizzate nel tempo, attraverso la sua natura umana, siccome sono le azioni dell’Uomo-Dio –vale a dire, sono azioni fatte dalla Persona del Verbo che è Dio e per questo è in sé stesso l’eternità-, superano ogni limite di tempo e di spazio, anzi, raggiungono ogni tempo ed ogni spazio ed ogni uomo.
         Perciò Cristo è il Salvatore di tutta l’umanità, e tutti gli uomini sono raggiunti da Lui, sin dal primo uomo, Adamo, fino all’ultimo. La sua Passione, compiuta due mille anni fa, raggiunge tutti i tempi, sin dall’inizio dei tempi, fino alla fine del tempo, attraverso la Chiesa e i suoi sacramenti.
         Il contatto con la Passione del Redentore, lo si fa, per mezzo della liturgia, che è stata stabilita da Dio in modo da implicare in ogni atto suo (nel sacrificio della croce come nei sacramenti, sacramentali e nella recita quotidiana delle ore canoniche), non solo la Presenza di Cristo ma anche di ogni sua azione salvifica sia interna (atti di amore, di obbedienza), sia esterna (incarnazione, passione, resurrezione, ascensione, parusia).
         Perciò ogni volta che il battezzato compie un atto liturgico realizza immediatamente un contatto fisico con Cristo e con tutta l’opera della salvezza.
         In maniera specialissima è la Messa l’azione liturgica dove incontriamo il Cristo, dove ci mettiamo in contatto fisico con Lui, perché la Messa rende presente (ripresenta) la stessa immolazione del Calvario. La Messa è lo stesso (numericamente identico) sacrificio della croce, è lo stesso misterioso dramma del Calvario, che viene ripresentato mirabilmente, sebbene velatamente, in maniera sacramentale, in uno determinato frammento del tempo e dello spazio.
         Perciò la nostra attitudine, sia esterna che interna, nella Messa, dev’essere quella stessa avuta davanti al Calvario[1].



[1] Cfr. Thomas Merton, Il Pane Vivo, Edizioni Garzanti, Firenze 1954, 26.

sábado, 21 de diciembre de 2013

Epifania, manifestazione del Dio eterno Gesù



“Epifania” viene dal greco e significa “manifestare”, vale a dire, fare palese, scoprire, rivelare. Si scopre ciò che era coperto da un drappo, si rivela ciò che era occulto sotto di un panno.
         Chi è quello che scopre, quello che rivela? Chè cosa scopre e rivela?
         È Dio Colui che si auto-rivela in Gesù. Dio Uno e Trino, si scopre se stesso, nella storia, davanti agli uomini. Dio Uno e Trino si manifesta in Cristo. Gesù, il Verbo di Dio, si rivela nascosto sotto le veste di un Dio Bambino.
La maestà divina di Dio Trino ci si manifesta nell’umanità santa del Bambino Gesù. Nel Bambino Gesù Dio ci mostra la pienezza del suo disegno di amore verso di noi: il Bambino Gesù è il Figlio Eterno che nello Spirito Santo ci rivela il Padre. Per il Figlio vediamo il Padre nello Spirito. Dio Invisibile si manifesta agli uomini mediante la natura umana visibile di Gesù.
         Ciò che era nascosto dall’inizio dei tempi, si scopre in Gesù, si manifesta in Lui: Dio Uno e Trino scende per stabilire una Alleanza con gli uomini, affinché questi siano salvi e portati al seno della Trinità.
         Il Bambino Gesù è la manifestazione dell’Essere divino, vale a dire, della Luce, la Pace, la Verità di Dio, che viene ad illuminare le tenebre, a togliere l’inimicizia e la menzogna del cuore degli uomini. Il Bambino Gesù è la manifestazione della nostra via di salvezza: Lui stesso, perché non c’è un’altra via.
         La debolezza dell’umanità di Gesù è l’istrumento per la manifestazione dell’onnipotenza divina: Dio ci salverà attraverso la passione e porte dell’umanità di questo Bambino.
         Perché Dio fa la sua epifania, la sua manifestazione, da Bambino? Perché vuole venire a noi come un Bambino? Essendo Lui Onnipotente, noi le sue creature, ¿non potrebbe manifestare la sua gloria divina in un'altra maniera? Potrebbe farlo, ma Dio ci si rivela in un Bambino, affinché gli uomini non abbiano paura per avvicinarsi a Lui: un bambino non causa paura, è la rappresentazione della tenerezza, della bontà, dell’innocenza.        
L’Essere Eterno, Infinito, Onnipotente, diventa finito, nasce nel tempo, si fa debole, un Bambino, senza lasciare di essere Dio, affinché noi prendiamo la decisione di rivolgerci verso di Lui, senza paura.
         In Gesù, il Dio tre volte santo ci dice: “Eccomi, Sono Io, il tuo Creatore, il tuo Salvatore. Il Dio tuo che ti vuole bene, sono venuto da te come Bambino, affinché tu non possa scappare dal mio amore. Vieni a me, Io non solo ti perdono tutte le tue offese verso di me, voglio darti tutto il mio Regno affinché tu possa gioire con me per sempre. Vieni, non sei più servo, ma il mio amico”.
         Gesù è la Porta Aperta che ci conduce al Padre.
         Il Dio Gesù si manifesta attraverso l’umanità assunta, e realizza attraverso il suo corpo umano, i miracoli che confermano ciò che era stato detto dalla sua Parola: Lui è Dio, il Figlio del Padre, l’Emmanuele, Dio venuto in mezzo a noi. Gesù agisce mediante la sua umanità, la quale gli serve da ponte e da strumento al Verbo divino; il Verbo eterno manifesta il suo potere attraverso il corpo umano del Bambino Gesù. Nei tempi di Gesù, coloro che vedevano a Gesù, vedevano, toccavano, parlavano col Verbo eterno del Padre. Attraverso l’umanità santa di Gesù, parlavano col Verbo eterno.
         Quando i Magi si avvicinarono a Gesù, ispirati, illuminati e mossi dallo Spirito Santo, riconobbero il Verbo nel Bambino; videro il Figlio eterno in Gesù e adorarono il Bambino come Dio, perché è Dio. Guidati dallo Spirito Santo, riconobbero Gesù Dio attraverso la debole umanità del corpo del Bambino Gesù, e lo adorarono.
         Come possiamo fare noi per adorare Gesù, se Lui è risuscitato, è salito in cielo, e siede alla destra del Padre?
         Non abbiamo il Bambino Gesù per adorarlo, come fecero i Magi? Se Gesù è Onnipotente, deve manifestarsi in qualche modo. Come si manifesta oggi Gesù? Come è oggi la sua Epifania?
         Gesù salì in cielo, ma è rimasto anche tra noi nell’Ostia. Lui ci dona, in ogni messa, l’Eucaristia, che è Lui stesso.
         I Magi guardarono al Bambino Gesù nel presepe con gli occhi del corpo e riconobbero la divinità di Gesù occulta nella sua fragile umanità, e lo adoriamo nella sua umanità.
         Noi contempliamo a Gesù con gli occhi della fede, e riconosciamo la sua divinità occulta nella fragilità dell’Eucaristia, e lo adoriamo nelle specie eucaristiche.
         Oggi, come ieri e come sempre, Gesù continua a manifestarsi; ieri, nella fragile veste del corpo di un Bambino; oggi, sotto la fragile veste dell’apparenza del pane e del vino.
         Oggi, come ieri e come sempre, Gesù si manifesta come Dio Salvatore dell’umanità.
         Ogni messa è una misteriosa Epifania del Dio eterno Gesù.
         L’Eucaristia è Gesù in Persona, è l’Epifania di Gesù per noi.

         In ogni Eucaristia, come a Betlemme due mille anni fa, Gesù ci si manifesta come il Verbo Incarnato, Salvatore delle nostre anime.

miércoles, 23 de octubre de 2013

La Vigna è la Chiesa Cattolica


Il Padre e Vignatore è Cristo, l’Uomo-Dio; i figli sono i figli adottivi di Dio, i battezzati; la Vigna è la Chiesa Cattolica (cfr. Mt 21, 28-32). Gesù ci dice: “Io sono il Signore, vostro Dio, e vi invio a lavorare nella mia Vigna, la Chiesa, per la salvezza delle anime”.
         Cristo invia i suoi figli a lavorare nella sua Vigna, la Chiesa, ma non li invia da soli. Quando Lui invia, invia col suo Spirito Santo, presente personalmente nell’anima del battezzato; perciò il rifiuto alla sua richiesta è rifiuto al Suo Spirito d’Amore. Cristo invia, ma i suoi figli sono liberi a decidere per o contro Cristo: per Cristo, seguendo il suo invito, lavorare nella sua Chiesa; contro Cristo, seguendo lo spirito umano, lavorando per se stessi, non per il Regno di Dio né per la salvezza delle anime.
         Alla stessa chiamata di Gesù ci sono dunque due modi diversi di rispondere: uno, guidato dallo spirito umano, che porta in sé il germoglio della superbia e dell’egoismo; l’altro invece, guidato dallo Spirito di Cristo, lo Spirito Santo, che porta in sé l’umiltà, la generosità, l’amore di Cristo.
         Seguendo se stesso, l’uomo rifiuta l’invito di lavorare nella Vigna di Cristo e, lontano da Cristo, dominato dal suo egoismo, lavora soltanto per aumentare la sua ricchezza. Fa del lavoro non un mezzo di santificazione, ma un mezzo per accumulare ricchezze col sudore altrui. Dio non protegge questi lavoratori, che in questa maniera non fanno la volontà del Padre; anzi, guarda loro col rigore divino.
         Seguendo invece Cristo, accogliendo col cuore il suo invito a lavorare nella sua Vigna, l’uomo, il figlio di Dio, invaso e penetrato dallo Spirito di Cristo, lavora insieme a questo Spirito, che è lo Spirito d’amore verso Dio e il prossimo, Spirito che rende il lavoro santo e fruttifero. Come dice una santa: “Questo amore di Dio e di prossimo è come l’erpice che pulisce il suolo dalle erbe nocive dell’egoismo e dalle male passioni; è come la zappa che scava un anello intorno al tralcio perché sia isolato dal contagio d’erbe parassite e nutrito di fresche acque d’irrigazione; è sole che matura i frutti del buon volere e ne fa frutti di vita eterna”.

         Al lavorare nella Vigna di Cristo col suo Spirito Santo, i vignatori udranno con giubilo senza misura queste parole dal Padre Eterno: “Venite, miei fecondi tralci innestati con la Vera Vite. Voi vi siete prestati ad ogni operazione, anche se penosa, pur di dare gran frutto, e ora a Me venite densi dei succhi dolci dell’amore Verso Me ed il prossimo. Fiorite nei miei giardini per tutta l’eternità”.

lunes, 23 de septiembre de 2013

I santi imparano da Cristo crocifisso


Quando leggiamo nella vita dei santi e dei martiri, ci sono tante cose che ammiriamo: ad esempio, che sono persone molto diverse, perché appartengono a etnie, razze, nazioni, lontani l’uno dell’altro; provengono sia dai paesi lontanissimi, sconosciuti da noi, sia dal nostro proprio paese, vale a dire, che hanno condiviso la nostra istoria e la nostra cultura.
          Sono persone diverse, ma hanno qualche cosa in comune: hanno la stessa fede: credono in un solo Dio Trino, credono in Gesù, Seconda Persona della Trinità, che si è incarnata per la salvezza dell’umanità; credono nella Vergine Maria, nella Chiesa Cattolica.
          Ciò che ci ammira è anche il suo insegnamento: tutti ci insegnano che Gesù è il Salvatore, che è Presente col suo corpo e sangue nell’Eucaristia, che i sacramenti –soprattutto, Eucaristia e Confessione-, sono i nostri mezzi per santificarci. Tutti sono veramente felici. Tutti ci insegnano queste verità che non provengono dalla mente umana.
          Da dove imparano i santi queste verità che li fanno felici?
          Non da soli. Dice il Santo Padre Giovanni Paolo II che i santi e i martiri imparano nella croce di Gesù.
          È Gesù crocifisso il Sommo Maestro che illumina le intelligenze umane, circa le verità eterne, circa la Vita eterna accanto a Lui.
          È Lui, l’Agnello di Dio, immolato sull’altare della croce, ad insegnarci ciò che dobbiamo fare se vogliamo vivere per tutta l’eternità accanto a Lui.
          I suoi discepoli vogliono imparare da Gesù: “Maestro, dove abiti? Glielo domandano, e anche noi glielo domandiamo, perché anche noi abbiamo voglia di imparare da Gesù la saggezza della croce. E alla nostra domanda, Gesù ci dice: “Abito nella croce, abito nel sacrificio dell’altare, abito nel cielo, che è l’Eucaristia, e voglio abitare nelle vostre anime”.

          Chiediamo la grazia di imparare la saggezza della croce, affinché Gesù abiti in noi.

martes, 2 de abril de 2013

Gesù incontra i discepoli di Emmaus



I discepoli di Emmaus, nel pomeriggio di Pasqua, si allontanano da Gerusalemme, dal luogo della Passione. Gesù si avvicina per accompagnargli, ma non riconoscono la sua Presenza: “…Gesù in Persona si accostò e camminava con loro, ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo”. Si allontanano dal luogo della Passione, vale a dire, si allontanano dalla Passione, e diventano cecchi e tristi, incapaci di riconoscere il Signore. Cecchi, tristi, senza gioia, lontani dal Signore morto e risorto che cammina con loro. Non siamo noi, questi discepoli di Emmaus? Non è questa la descrizione della nostra vita spirituale? Perché i discepoli, tristi e cecchi, non riconoscono Gesù? Per il loro modo di vedere la Passione di Gesù[1]. È un modo talmente umano, senza fede, che vede le cose, i successi della vita, dal basso, e mai alza gli occhi per vedere dall’alto e verso l’alto. Uno sguardo meramente umano della religione, della Chiesa, di Gesù, della Messa, dell’Eucaristia, anche di noi stessi, ci rende incapaci di comprendere la realtà. Guardando la nostra vita, soltanto dal punto di vista umano, lasciando di lato il Signore Gesù che cammina con noi, come fanno i discepoli di Emmaus, mai capiremmo nulla, nemmeno le cose che accadono tutti i giorni. Vedendo umanamente, è impossibile capire il dolore, la sofferenza, le situazioni penose e angoscianti. Nemmeno le gioie le possiamo capire. Soltanto sotto la luce divina della croce di Gesù possiamo capire il senso della vita e delle sue prove: del dolore, la sofferenza, che a volte ci sembrano insopportabili; soltanto nel contatto con Gesù crocifisso e risorto possiamo capire che il dolore è un dono; che la vita, qualsiasi sia la mia vita, forse anni vissuti senza nemmeno una prova, senza dolore, forse anni vissuti nella disgrazia, è il cammino che devo percorrere per guadagnare il cielo. Se guardo la vita con uno sguardo puramente umano, sarò triste sempre, perché la nostra forza umana è incapace di capire il vero senso degli successi; il nostro sguardo umano è incapace di vedere Gesù, morto e risorto, che ci accompagna in ogni momento, nelle gioie e nei dolori. Abbiamo bisogno perciò della luce divina che scaturisce dalla croce di Gesù, che ci faccia capire chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo. Neanche possiamo capire la religione, la Chiesa, Gesù, i sacramenti, l’Eucaristia, con lo sguardo umano. Abbiamo bisogno della luce divina, per capire che la Chiesa non è un’invenzione dei preti e dei fedeli; che la Messa non è qualcosa di vuoto alla quale io ci devo essere per obbligo, o che posso lasciare di lato se c’è qualcosa più divertente o interessante da fare; abbiamo bisogno della luce divina per capire che la religione non è venire a Messa, per obbligo nel tempo di Pasqua e nel tempo di Natale. Abbiamo bisogno della luce divina di Gesù per capire che i sacramenti non sono una tappa sociale, fatta per obbligo, i quali dopo ricevuti, non servono a niente, e perciò i giovani spariscono dalla Chiesa: i sacramenti sono la nostra salvezza perché sono Gesù nella sua Pasqua. Abbiamo bisogno della luce divina di Gesù per capire che la Messa è la morte e risurrezione di Gesù, che mi dona la sua vita per salvarmi e farmi figlio di Dio; per capire che l’altare si trasforma nel Calvario, il pane nel corpo di Gesù e il vino nel suo sangue. Chiediamo perciò la grazia, la luce divina, quella stessa ricevuta dai discepoli di Emmaus, di riconoscere la Presenza Reale, viva, sostanziale, di Gesù nell’Eucaristia. Chiediamo di aprire gli occhi dell’anima davanti a Gesù Eucaristia.


[1] Cfr. A. Vanhoye, Per progredire nell’amore, Edizioni ADP, Roma 2001, 219ss.